Dizionario dei nomi propri

Dizionario dei nomi propri
Autore:
Amélie Nothomb
Editore:
Voland, Roma
Tipo:
Saggio
Anno:
2003
Data inserimento:
02/12/2005
Gruppo:
I linguaggi del corpo

Se i nomi influenzano il destino delle persone, la piccola Plectrude non potrà che avere una esistenza straordinaria. Nata in prigione da un’uxoricida e, dopo il suicidio della madre, allevata da una zia che la preferisce spudoratamente alle sue stesse figlie, sembra destinata ad un futuro prodigioso. Misteriosa ed enigmatica come una dea, bella come una principessa delle fiabe, sicura di sé, la sua vita inizia a passo di danza. Armata di una volontà di ferro, diventa una promettente ballerina fin quando un rovinoso incidente le impedisce per sempre di danzare. Ma la vita ha in serbo altre sorprese per Plectrude, Una carriera di cantante di successo. Un principe azzurro che le fa scoprire l’amore. E un omicidio letterario.
Una favola moderna, ricca di sfumature noir, in cui si intrecciano i temi da sempre cari alla scrittrice: il cibo, la notte, l’amicizia. […] Finale assolutamente inatteso, in puro stile Nothomb.

Autoritratto con vestito di velluto

Frida Kahlo, Autoritratto con vestito di velluto, 1926, Città del Messico, Museo de Arte Moderno
foto da: Simona Bartolena, Arte al femminile. Donne artiste dal Rinascimento al XXI secolo, Milano, Electa, 2003, p. 149 


Belga, nata a Kobe (Giappone) nel 1967 da genitori diplomatici, Amélie Nothomb è ormai scrittrice di culto non solo in Francia, dove ha esordito a ventitre anni con il romanzo Igiene dell’assassino. Pubblica un libro l’anno, ogni volta un caso letterario; molti diventano anche pièces teatrali o film.
(dalla seconda e quarta di copertina)


L’insonnia di Lucette durava ormai da otto ore. Nel suo ventre, il bimbo aveva il singhiozzo dal giorno avanti. Ogni quattro o cinque secondi un sussulto gigantesco scuoteva il corpo di quella fanciulla di diciannove anni, che un anno prima aveva deciso di diventare sposa e madre. La fiaba era cominciata come un sogno: Fabien era bello e diceva di essere pronto a tutto per lei, che lo aveva preso in parola. L’idea di giocare al matrimonio aveva divertito quel ragazzo giovane come lei, e la famiglia, perplessa e commossa, aveva assistito allo spettacolo di due bambini che indossavano gli abiti nuziali. Poco tempo dopo, trionfante, Lucette aveva dato l’annuncio della sua gravidanza […] -Se è un maschietto, si chiamerà Tanguy. Se è femmina, Joëlle. Tra sé e sé, Lucette odiava quei nomi […] - Sarà un ballerino o una ballerina – aveva decretato con la testa piena di sogni […] Ti proteggerò io, non ti lascerò mai diventare un Tanguy calciatore o una Joëlle rompicoglioni, sarai libero di ballare dove vorrai, all’Opéra di Parigi o per tutte le strade del mondo. (pp. 7-10)  

Deseo. La que paria a si misma

Frida Kahlo, Deseo. La que parió a si misma. (Desiderio. Colei che partorì se stessa)
foto da: Il diario di Frida Kahlo. Un autoritratto intimo. Introduzione di Carlos Fuentes, a cura di Sarah M. Lowe, Milano, Leonardo, 1995, p. 79 

Voler chiamare un figlio Tanguy o Joëlle vuol dire offrirgli un mondo mediocre, un orizzonte già ristretto. Io invece voglio che il mio bambino abbia a disposizione l’infinito. Voglio che mio figlio non senta alcun limite, voglio che il suo nome gli suggerisca un destino fuori dal comune.” (p. 17)
In tre mesi, perse cinque chili. Se ne rallegrò […] Quando una pesava trentacinque chili, la vita era diversa: l’ossessione consisteva nel vincere le prove fisiche della giornata, nel distribuire la propria energia in modo che fosse sufficiente per le otto ore di esercizi, nell’affrontare con coraggio le tentazioni del pasto, nel nascondere fieramente l’esaurimento delle forze […] La danza era la sola trascendenza. Giustificava in pieno quella esistenza arida. Giocare con la propria salute non aveva alcuna importanza a patto che si potesse conoscere quell’incredibile sensazione di librarsi in volo. […] Quello che doveva succedere successe. Un mattino di novembre Plectrude, che si era appena alzata mordendo un fazzoletto per non urlare dal dolore, crollò: sentì uno scricchiolio nelle ossa. Non riusciva più a muoversi. Chiamò aiuto. Venne portata in ospedale. Un dottore che non l’aveva ancora vista esaminò le sue radiografie. – Quanti anni ha questa donna? – Quindici. – Cosa? Ha l’ossatura di una donna di sessant’anni in menopausa! L’interrogarono. Lei vuotò il sacco: da due anni non assumeva più alcun derivato del latte, nell’età in cui il corpo ne ha un bisogno pazzesco. . Lei è anoressica? – No, non lo sono! – insorse lei in buona fede. – Crede che sia normale pesare trenta chili alla sua età? – trentadue chili! – protestò. – Pensa che cambi qualcosa? Lei ricorse agli argomenti di Clémence: - Sono una ballerina. Nel mio mestiere è meglio non avere rotondità. – Non sapevo che reclutassero le ballerine nei campi di concentramento. (pp. 102-107)  

 

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