Storia del libro. Dall'antichità al XX secolo.

Autore
Frédéric Barbier
Editore
Dedalo
Anno
2004
Autore recensione
Paola Zito
Anno inserimento
2006
Collana/Serie
Storia e civiltà
Catalogo online (OPAC BNN)
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Storia del libro : dall'antichita al 20. secolo / Frederic Barbier ; postfazione di Mario Infelise - Bari : Dedalo, [2004] - 565 p. : ill. ; 22 cm - Storia e civilta ; 57 (( - Trad. di Rita Tomadin

Frederic Barbier, Storia del libro, Dedalo, copertina

L'ultimo venticinquennio segna - come è ben noto - una vera e propria crisi strutturale dell'editoria, non solo e non tanto per la sempre più agguerrita concorrenza della produzione elettronica. Nella galassia della comunicazione globale, ormai tanto dilatata da risultare priva di centro, l'impero del libro sembra tramontare. Il secolare primato della vista, tesa a cogliere i segni della scrittura, arretra ora di fronte alla molteplicità di stimoli volti a raggiungere, in maniera pressoché paritaria, tutti e cinque i sensi. È l'epilogo di una quanto mai estesa e complessa parabola storica, destinata a intersecarne molte altre, che Barbier ripercorre per intero, collocandone a giusto titolo l'orizzonte fenomenologico nell'alveo della longue durée. Allievo di Henri Jean Martin, con Febvre autore della celeberrima Apparition du livre, i cui capitoli affrontatano altrettanti ambiti tematici, sceglie in questa monografia un taglio assai più ampio e rigorosamente diacronico, nel cui solco costante è il ricorso al metodo comparatistico, che a tratti perviene a lambire anche culture extraeuropee. L'obiettivo, decisamente ambizioso, consiste nel delineare un itinerario che per densità ed estensione sia utile agli addetti ai lavori e, al tempo stesso, per chiarezza e semplicità espositiva, risulti pienamente fruibile da un pubblico più vasto.Illustrazione dal volume di Barbier
Dalla comparsa dei pittogrammi in Mesopotamia, e degli ideogrammi in Egitto, a partire dal IV millennio a. C., al meccanismo combinatorio dei primi alfabeti in Palestina, a Creta, a Micene, in Fenicia, fino al greco, all'etrusco e al latino (dal 900 al 312 a. C.), le tracce del messaggio scritto vengono affidate ai supporti più disparati, dalla pietra grezza al papiro alla più tarda pergamena (170 a. C.), assecondando l'evolvere del processo astrattivo che approda a coniugare grafema e fonema, segno e significato. Così, una immensa quantità di testi prende ad addensarsi su centinaia di migliaia di rotoli, che vengono conservati in raccolte private o in grandi biblioteche, ad Alessandria, a Pergamo, a Roma. È al IX secolo d. C. che risalgono le prime, sporadiche testimonianze in lingua volgare (italiano, francese e tedesco, vergato con caratteri dal ductus differente), la cui presenza si farà cospicua nel corso del 1100 e, più ancora, nel '200, l'epoca che consente di registrare, dopo la caduta dell'impero, il primo "rinascimento scrittorio", legato, tra l'altro, alla diffusione della carta e all'affermarsi, nelle principali città, dell'istituzione universitaria. Notevolmente accresciuta prende a risultare la domanda non solo di dispense, ma anche di testi religiosi - cui la devotio moderna arrecherà fervido impulso -, e di romanzi. La prospettiva del lungo periodo suggerisce di collocare in un simile scenario almeno il preludio della grande stagione inaugurata, dopo non pochi esperimenti meno felici, dalla Bibbia delle quarantadue linee. Non una rivoluzione, più o meno avvertita, ma la piena maturazione di un insieme di congiunture che, nel tempo, inequivocabilmente miravano in quella direzione. Non sorprende, dunque, la rapida istallazione di torchi gutenberghiani pressoché in tutta Europa, né la rivendicazione da parte di un prodotto inizialmente "semifinito", scrupoloso nel ricalcare le orme del manoscritto, di una sempre più autonoma e meglio connotata fisionomia. Seguendo le geometrie della logica capitalistica, la merce-libro blandisce esigenze e gusti degli acquirenti potenziali, gratificata da un successo crescente, dalle 27.000 edizioni del Quattrocento alle 180.000 del Cinquecento, per un totale di circa cento milioni di copie in circolazione (e le stime sono solitamente approssimate per difetto). Lutero è il primo a stupirsi della straordinaria risonanza delle sue tesi: accanto alle contromisure adottate dal potere laico, più che comprensibile l'allarme censorio della Chiesa di Roma, che dalla Inter multiplices di papa Alessandro VI Borgia (1501) si traduce in autentica bibliografia del dissenso ideologico con l'Index librorum prohibitorum, ristampato dal 1559 al 1948 trentadue volte, con opportune modifiche e tempestive integrazioni.

Illustrazione dal volume di BarbierLa sensibile diminuzione dell'analfabetismo, che accresce il divario tra centri urbani e realtà rurali, esercita nuova pressione sul mercato librario che, tra Sei e Settecento, rende disponibile, oltre a testi scientifici e filosofici, una letteratura d'intrattenimento, senza troppe pretese e di largo consumo, che ormai contende il tradizionale primato a quella religiosa. I formati tendono a subire una ulteriore riduzione, dal quarto all'ottavo e al dodicesimo, portando a compimento, anche in questo caso, un processo antichissimo, agli albori del quale si colloca la grande svolta dal volumen al codex (III-IV sec. d. C.), gradualmente assorbita dall'iconografia e dall'immaginario collettivo. Più agevole nella consultazione, il codice contrae sempre più spesso le sue dimensioni, diviene enchiridion per marcare la sua appartenenza al possessore, per facilitare la lettura individuale, e suggerirne l'iterazione. Misure ridotte e copertina di colore azzurro intenso contrassegnano i volumi della famosa Bibliothèque bleue - di cui i Chapbooks  rappresentano il corrispettivo inglese -, non di rado arricchiti di illustrazioni, grazie all'ingegnoso riciclo di vecchie matrici in legno. Anche i prodotti delle librerie ambulanti contengono dunque il segreto dell'alchimia che, di volta in volta, combina al testo, manoscritto o stampato, l'immagine, miniata, xilografica, calcografica, litografica o fotografica che sia. Periodici ed opuscoli polemici affiancano le grandi opere - l'Encyclopédie e le altre pietre miliari del pensiero dei lumi - nel creare quel vasto consenso d'opinione che rende possibile l'abbattimento dell'ancien régime in tutta Europa (p. 413). Siamo alle soglie della "seconda rivoluzione del libro", pienamente inserita nella rivoluzione industriale, messa concretamente in atto in virtù del torchio Frédéric Barbiermetallico di Stanhope e della macchina a cilindro di König. Dell'aumento esponenziale delle tirature beneficiano certamente i quotidiani, ma anche i libri scolastici e la manualistica in genere, testi per l'infanzia e dizionari, richiesti da una committenza di massa, ormai in grado di esercitare un ruolo attivo nei processi di produzione. Duttile instrumentum regni di più o meno recenti nazionalismi, nonché portavoce delle nascenti democrazie, il secondo Ottocento e la prima metà del Novecento assistono al trionfo dell'editoria (p. 506), acme di una curva che prelude alla fisiologica fase discendente. Non è la chiusura di un itinerario circolare, ma piuttosto il compimento di una traiettoria che procede lungo le orbite di una spirale, destinata a sempre nuove proiezioni.
Una sintesi efficace, uno squarcio sulla storia della civiltà, quella che viene tracciata in queste pagine, e, contemporaneamente, uno stimolante incentivo ad insistere sul terreno fecondi della microanalisi, perché altre tessere possano arricchire di nuova linfa i grandi mosaici come questo.