Happy anniversary, Sam!

Autore recensione
Lucia Marinelli
Anno inserimento
2006

 

Samuel Beckett

 

Nothing is funnier than unhappiness (Endgame)

Marianna, Grazia e Maria Pia in “Come and go”

Premetto che quelle che leggerete sono mie considerazioni sulle opere di Samuel Beckett, su quello che rappresentano per me, un omaggio del tutto personale insomma, con nessuna pretesa critica né valore alcuno che non sia il puro desiderio di condividere con voi e se mai segnalare a chi già non lo conosca un genio letterario che, se irlandesi ha avuto le origini, per scelta, linguistica ed esistenziale, universale ha il valore di ciò che ci ha lasciato.
Se penso a Samuel Beckett, ho davanti agli occhi sempre la stessa scena: una stanza buia (teatrino universitario? non ricordo più), una luce spot, tre mie compagne d'università sedute su altrettante sedie, una si alza e si allontana, le altre due accennano ad eventi che la terza non deve sapere, poi quella torna e si siede, si alza un'altra e le restanti ripetono esattamente lo stesso dialogo, all'infinito, non so più cosa stessero dicendo, mi ricordo solo la voglia di ridere (Marianna, Grazia e Maria Pia lì immobili con tre grandi cappelli che lasciavano scoperta solo la bocca, vestite di un camicione che le nascondeva quasi del tutto, le mani intrecciate, che parlavano in maniera monotona e quasi incomprensibile) e subito la violenza di una verità che colpisce come una stilettata, il taglio di una lama. Era una messa in scena del Come and go per la regia della nostra docente di letteratura inglese, la prof. Rosangela Barone (grazie ancora, Prof, per averci aperto le porte della letteratura contemporanea!); questo è Beckett, per me.
La sensazione di allora l'ho poi riprovata vedendo L'ultimo nastro di Krapp, Commedia, Finale di partita, Aspettando Godot, e l'incredibile Giorni felici, con la protagonista semisprofondata in una montagnola di erba e terriccio, o leggendo le Poesie, i romanzi Molloy e Watt: il repentino passaggio dall'estraneità al rispecchiamento mi colpisce ogni volta che "incontro" Beckett.
E' per questo che, nello spazio concesso a noi bibliotecari sul sito della BNN per stimolare il pubblico all'esplorazione dell'universo-libro, vorrei ricordare il grandissimo scrittore irlandese, di cui si celebra quest'anno il centenario della nascita.

 Julian Curry in Krapp's Last Tape

Parlare di anniversari e centenari nel caso di Beckett è perlomeno curioso: la sua data di nascita è in discussione, mentre lui ha sempre sostenuto di essere nato il 13 aprile 1906, sui suoi documenti risulta il 13 maggio, un fluttuare del tempo tutto beckettiano, direi…
Mi sono spesso chiesta cosa due vagabondi che aspettano un piccolo dio (o un ciclista sfigato?), una donna semisepolta nel terreno, un personaggio muto che viene gettato sulla scena e costretto all'inazione (Atto senza parole), tre tizi in altrettante urne che ripercorrono all'infinito il loro ménage a trois (Commedia) o due storpi persi alla fine del mondo (Finale di partita), abbiano a che vedere con me, perché invece di liquidarli con un'alzata di spalle ogni volta mi viene voglia di ridere-piangere su di me, su quello che ognuno di noi diventa, su un dio che non ci guarda più, sulla sorte comune dell'umanità, la vecchiaia, la morte.
Sarà che davanti ai personaggi di Beckett, le cui situazioni tragiche sono irresistibilmente comiche, noi comprendiamo il nostro personale dramaticule: noi tutti vorremmo, nei momenti difficili, avere le dimensioni eroiche, che so, di un Prometeo, di un Edipo, di un Lear, o di un Ahab, con la sua indomitable soul, che sfida fino all'ultimo il suo nemico, senza ripensamenti, sullo sfondo di musiche wagneriane o beethoveniane, per dire, ma in realtà i nostri problemi, persino i nostri drammi non hanno nulla di grandioso, la nostra solitudine ha il sapore amaro del nastro che gira sul passato di Krapp, i nostri rapporti interpersonali ripercorrono la buffa routine senza senso dei dialoghi di Estragone e Vladimiro, il nostro coraggio somiglia molto all'insipienza, alla self-delusion di Winnie.Madelein Renaud protagonista di “Oh les beaux jours al Festival di Venezia”

Mi domando se la risata che i personaggi beckettiani suscitano sia anche una reazione al senso di colpa per situazioni in cui riconosciamo noi stessi, situazioni da cui, una volta impastoiati per le ragioni più diverse, casualità, convenienza - perché così ci hanno detto di fare, perché quello ci si aspettava da noi - non riusciamo più a districarci.
Perché sono così brevi gli act o dramaticule di Beckett, al punto da doverne affiancare diversi in una serata teatrale o presentare come entr'acte? perché viceversa sono circoli viziosi, hanno l'eternità del purgatorio, e dunque la bocca di Non io continuerà a mormorare per sempre, il vagito di Respiro risuonerà per ognuno di noi, per l'infinita umanità e nell'infinita pochezza della vita individuale.
Che cos'è l'umorismo che si attribuisce alle opere di Beckett se non un umore che ti preme dentro e che può allo stesso tempo farti sbottare in una risata o farti salire le lacrime agli occhi.
Negli anni ho letto le interpretazioni più varie dell'opus beckettiano, dalla classica definizione di Teatro dell'Assurdo (Esslin) alla rilettura di alcune sue opere in chiave biblica (Cavell), alla condizione esistenziale dell'uomo senza dio, al senso di vivere un day after post-atomico (Fletcher), alla lettura psicanalitica (Tagliaferri), ad un universo purgatoriale (Frasca), punti di vista variegati, affascinanti e illuminanti come lo scrittore cui si riferiscono; ciò che colpisce me è, come dire, la completa perspicuità, a livello percettivo, dei testi beckettiani, il suo realismo assoluto, la sua spietata adesione alla realtà (a quella che io percepisco come realtà e a quella che le voci narranti di Beckett non riescono mai ad essere sicuri di star guardando, a causa della "pioggerellina" che gli tamburella in testa e che gli appanna la vista, sfociando talvolta in cecità vera e propria, vedi Molloy o Hamm).

 Lucien Raimbourg e Pierre Latour

Beckett ci riguarda da vicino, ci parla di noi: il linguaggio balbettato e circolare, smozzicato fin quasi all'afasia, il ritorno ossessivo dei refrain, le mezze frasi che non vanno da nessuna parte ricordano l'aleatorietà della conversazione quotidiana, la persecuzione dei tormentoni televisivi. La perentorietà delle voci fuori campo, la spietatezza delle luci e dei campanelli sono sintomi di una vita eterodiretta: come non pensare alla sveglia che ti riporta alla realtà quotidiana, l'orologio che scandisce la tua presenza in ufficio, alla tivù che ti insegna cosa pensare o al certificato che prova la tua esistenza in vita? Le dinamiche familiari saltano agli occhi nell'eterno gioco di coppia, a metà fra lo scambio comico da vaudeville (Vladimiro ed Estragone come Laurel & Hardy) e la circolarità del purgatorio domestico (Winnie e Willie), o nel rapporto generazionale che diventa un peso insopportabile (gli anziani genitori nei bidoni della spazzatura in Finale di Partita, la vecchia signora che finisce i suoi giorni rimasticando i suoi pensieri su una sedia a dondolo in Dondola). La difficile, talvolta impossibile deambulazione di molti personaggi, i loro frustrati tentativi di suicidio sono sintomo di un'umanità vecchia, tuttavia incapace di sfuggire alla realtà, anzi accanitamente, irrazionalmente attaccata alla vita, ad una speranza purchessia.
Rendersi conto dell'ordinarietà degli assurdi dialoghi e situazioni in Beckett è capire l'assurdità del nostro quotidiano.
Un realismo assoluto anche nel senso etimologico di sciolto: la scarnificazione dei personaggi, ridotti talvolta a semplici monosillabi come Vi, Ru, Flo in Va e vieni o a lettere dell'alfabeto come D1 D2 U in Commedia (divina? mah), e soprattutto delle loro parole, eliminando tutto quello che è circostanziale - chi sono, dove vivono, cosa fanno - li rende allo stesso tempo più astratti e più vicini a noi, che all'osso siamo niente più che echi di quelle entità-situazioni, al punto che le nostre stesse ossa si mettono in risonanza con ciò che si legge, vede, sente (perdonatemi il gioco di parole con la raccolta poetica di Beckett intitolata appunto Ossa d'eco).
Mentre preparavo questo mio intervento su Beckett ho letto Appunti sul realismo di Beckett di Jan Cott e ho ritrovato un'imprevista consonanza con le sensazioni testé descritte: Cott paragona la situazione di Winnie in Giorni felici (immobilizzata con una borsa piena di oggetti da toletta ed altro) alla situazione reale di persone ospedalizzate per lunghe degenze, la cui vita si riduce ai pochi oggetti che li circondano ed ai pochi atti che possono compiere dal loro letto, mentre fattori esterni (infermieri, luci che si accendono e spengono a tempo o un campanello, come nel caso di Winnie) segnano il trascorrere del tempo, peraltro indistinto. Dunque il senso dell'estremo realismo delle situazioni beckettiane colpisce tanto più quanto si sono vissute o osservate esattamente le stesse situazioni di dolore o di frustrazione.
Dice Tagliaferri, nell'introduzione al suo saggio Beckett e l'iperdeterminazione letteraria, che le opere beckettiane hanno "una bibliografia di proporzioni allarmanti" (p. 15): ho deciso di farmi del male e ho dato uno sguardo alla bibliografia di opere italiane di e su Beckett nel sito delle celebrazioni beckettiane in Italia (beckettcentenario), ovviamente c'è una cascata di libri, tutti interessanti, consiglio pertanto di consultare il sito a chi voglia approfondire.
Da parte mia vi indicherò alcune edizioni italiane reperibili ed affidabili che ho consultato direttamente, anche qui senza alcuna pretesa di esaustività.

Copertine di edizioni italiane delle opere di Beckett
Copertine di edizioni italiane delle opere di Beckett
Copertine di edizioni italiane delle opere di Beckett
Dunque, essendomi soffermata soprattutto sul teatro, vi segnalerei come fondamentale l'ormai classica edizione del Teatro completo con traduzioni a cura di Carlo Fruttero, introduzione e note di Paolo Bertinetti (Einaudi-Gallimard, 1994), un pregevole volumetto che presenta insieme non solo le opere teatrali propriamente dette, a ma anche i testi radiofonici e cinematografici, un apparato iconografico e un notevolissimo apparato critico con gli interventi più significativi degli ultimi cinquant'anni su Beckett, da Adorno, ai già citati Cott ed Esslin, al biografo di Beckett, Knowlson.
Senz'altro poi le Poesie (in edizione bi- e tri-lingue, Einaudi, 1999), i romanzi Watt (Einaudi, 1998) e Murphy (Einaudi, 2003), tutti a cura di Gabriele Frasca, il cui sensibile lavoro di traduzione è corredato da note ai testi e corpose introduzioni che trasportano chi si accosta a Beckett per la prima volta nella temperie culturale, nelle vicende biografiche e persino nel "cranio" dell'artista irlandese. Siamo in attesa, peraltro, dell'annunciata uscita per Einaudi del volume In nessun modo ancora sempre a cura di Gabriele Frasca, in concomitanza con il centenario beckettiano.
Per la trilogia (Molloy, Malone muore, L'Innominabile) importante è la traduzione a cura di Aldo Tagliaferri (Einaudi, 1996) a cui aggiungerei il saggio già citato Beckett e l'iperdeterminazione letteraria (Feltrinelli, 1979), che aiuta nella comprensione di molti passi "oscuri" avvicinando chi, come me, ne sa poco di psicanalisi, ad una interessante lettura junghiana e mitica della trilogia.
Riprendendo una conversazione con un amico inglese, vorrei terminare con un consiglio: leggere Beckett possibilmente anche in inglese (o in francese), perché come diceva appunto il mio amico, in traduzione talvolta si ha la sensazione che Beckett sia terribilmente deprimente, invece, nonostante tutto è funny, divertente ... certo di un riso swiftiano, sardonico, non senza un po' di presa in giro del lettore, à la Sterne.
Inviterei infine a cogliere l'occasione di questo anniversario non solo per celebrare uno scrittore straordinario, che del nostro plauso non ha certo bisogno avendo assunto le dimensioni di classico al di là della nostra personale adesione (ha vinto il Nobel nel 1969), ma perché il suo sguardo sulla realtà, la sua capacità di vedere la condizione umana in tutta la sua pochezza e solitudine, non siano dimenticati e servano in qualche modo da antidoto ai veleni mediatici di cui siamo pervasi.
Nel sito dedicato alle celebrazioni in Italia, non ho trovato, per il momento, alcuna iniziativa presa a Napoli, la mia proposta è dunque rivolta ai dipartimenti di letteratura inglese e francese delle università napoletane, alle istituzioni culturali della città, alle librerie maggiori che in questa città fanno una meritoria opera di divulgazione culturale, e non ultima alla nostra stessa direzione affinché sia organizzata una serata beckettiana durante questo anno che più beckettiano non si può, fra claustrofobici teatrini di reality, politica e di una guerra, sempre più mondiale e mediale.
 

Immagini:

1) Samuel Beckett. Foto: Lutfi Ozkok (da: Arcade Publishing)
2) Marianna, Grazia e Maria Pia in Come and go
3)
Julian Curry in Krapp's Last Tape (1986). Foto: Porter Abbott (da: Beckett Endpage)
4) Madelein Renaud protagonista di Oh les beaux jours al Festival di Venezia, ottobre 1963 (da: Il Dramma, 11/1968, p. 35)
5) Lucien Raimbourg e Pierre Latour nei personaggi di Vladimir e Estragon di En attendant Godot al Théâtre de Babylone di Parigi il 3 gennaio 1953 (da: Il Dramma, 11/1968, p. 35)
6) Copertine di alcune edizioni italiane delle opere di Beckett