Senti la corrente: Il fermo volere

Autore
Gabriele Frasca, Luca Dalisi
Editore
Edizioni d’if
Anno
2004
Autore recensione
Lucia Marinelli
Anno inserimento
2004
Collana/Serie
Gli anfibi
Catalogo online (OPAC BNN)
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Il fermo volere : una nuova avventura dell'ingegnoso Spirit / Gabriele Frasca, Luca Dalisi - Napoli : Edizioni d'if, [2004] - 316 p. : ill. ; 21 cm + 1 CD audio - Gli anfibi ; 1

Gabriele Frasca, Luca Dalisi, Il fermo volere, Edizioni d’if, copertina

Se le mie annotazioni al margine del libro-fumetto-Cd di Frasca-Dalisi-Brown-Frezza risultano desultorie, disgregate, me ne scuso fin d'ora con i lettori, ma Il fermo volere è concepito consapevolmente per essere un labirinto per un "lettore strabico" - come dice Frasca in un'intervista - per un "videolettore" se preferite - secondo la definizione di Gino Frezza nella bella post-fazione - ed io (allegramente prima, angosciosamente poi) mi ci sono persa. Rimandandovi al testo di Frezza per una lettura più organica dell'opera, vi propongo impressioni nate nel corso della lettura/visione/ascolto, i miei itinerari per entrare, girovagare e uscire "a riveder le stelle" in questo romanzo video-musicale.

Il titolo, Il fermo volere, ispira un tale senso di estraneità rispetto ai soliti titoli di narrativa da innescare lontani ricordi scolastici che ci conducono, dopo qualche ripensamento, alla poesia provenzale: Lo fermo voler qu'el cor m'intra di Arnaut Daniel, inventore della sestina. Frasca ha scritto anni fa un saggio dal bellissimo titolo La furia della sintassi (Bibliopolis, 1992) sulla sestina provenzale e sulla sua rivisitazione italiana; affrontandone il complesso contenuto si scoprirebbe poi che le torsioni sintattiche e la polisemanticità dei termini-chiave adoperati tradizionalmente nella sestina sono congeniali ai momenti più tesi e macerati della poesia del Frasca. Provate ad esempio a leggere Rive (Einaudi, 2001), il furioso ma puntiglioso, raffinatissimo intreccio verbale di alcuni componimenti... Ma torniamo al romanzo, dove eravamo? ah sì al titolo...

Ma, a parte l'allusione alla sestina di Arnaut Daniel e al suo tormentato tema amoroso, c'è da chiedersi: cosa c'è di fermo ne Il fermo volere? Non la storia, che scivola quasi impercettibilmente da Granada a Civitacentri e viceversa con un volgere di pagine; non il disegno del fumetto, così fluido da sembrare immerso in acqua (e non a caso) o in un sogno, non la musica, che scorre con la monotonia e le minime variazioni di una goccia d'acqua che cade da un rubinetto rotto... Nemmeno il voler essere fumetto del protagonista, il suo programmatico rifiuto di pulsioni ed emozioni, che naufraga miseramente davanti la ben più potente voglia, il desiderio della donna-chimera.

Gabriele Frasca. Foto di Monica Biancardi

Contaminazioni, multimedialità: dal fumetto alla sestina provenzale, ai taglienti piani ravvicinati del cinema, dalle collaudate sequenze del giallo al ritmo della poesia, al ritmo della musica. Ricordo la prima volta che ho incontrato Gabriele Frasca: parlammo di traduzione letteraria, delle visioni di Philip K. Dick e delle capriole linguistiche di Beckett, del rapporto fra poesia e musica, del ritorno della letteratura alle sue origini orali e lui mi accontò un suo sogno: la città che sprigiona musica e parola, piazze e palazzi che parlano e cantano per chi ci vive ...Da allora ho seguito le sue opere aspettando che succedesse quello che aveva previsto: ho attraversato le sue Rive (Einaudi, 2001) ascoltando scorrere la poesia, ho guardato muoversi/parlarsi le marionette delle sue Tele (Cronopio 1998), sono inorridita di fronte al micidiale miscuglio di noia e violenza di Santa Mira (Cronopio, 2001), ogni tanto chiedendomi cosa fosse Il fermo volere (la prima edizione risale infatti al 1987, per le edizioni Corpo 10) che mi saltellava davanti agli occhi sullo schermo del computer mentre consultavo i cataloghi on-line, ma che era da tempo introvabile.

Mesi fa ho scoperto che l'opera era stata riedita in una veste completamente nuova e ritrovandomi questo libretto-fumetto-dischetto fra le mani, a sorpresa ho ripensato a quella conversazione di anni fa: prima sorpresa, il cd di musica Merrie melodies merrie, allegre!? Una musica minimalista, un sax solitario, un malinconico pianoforte accompagnano la voce di Steven Brown che articola versi in inglese e italiano dragging feet from bed to wall ... non so a voi, ma a me torna in mente il Lou Reed di Reasons to be cheerful. Part three.

Seconda sorpresa, il fumetto di Dalisi, in fluide nuances di bianco e nero, è quasi prevalente sul testo. Un fumetto che a sua volta rielabora l'originario The Spirit, personaggio mascherato degli anni '40 uscito dalla penna di Will Eisner da cui prende le mosse l'intera vicenda (per chi vuol saperne di più, nel 2003 sono stati editi Gli archivi di Spirit dalla Kappa Edizioni).

Mentre stai tentando di capire chi è Spirit (oltre il malizioso spiritello che narra la storia in una distaccata terza persona e in un tempo passato ormai remoto) e cosa ci faccia un personaggio dei fumetti americani - un giustiziere della notte - in un romanzo italiano contemporaneo, improvvisamente leggendo, anche solo con gli occhi, si avverte il ritmo che dà come un tuffo al cuore : "Che pace di macchine e basta/, che senso felice di facili congegni./ Un interruttore, /un pedale,/ una molla./ Nient'altro che questo./ Né suolo che frana,/ risucchia,/né il cielo che schiaccia./ E silenzio./ D'improvviso un fruscio/, un respiro,/ uno sbuffo./ Una lunga, straziante / raffica di vento." (pp. 106-107). Ed è proprio qui la terza sorpresa: il testo dal linguaggio teso fra  sboccato e lirico, narrazione sospesa fra realtà e fumetto, fra ricordi e azione, fra quotidianità e assurdo... Il tutto a sua volta accompagnato da un'ulteriore colonna sonora che l'autore stesso ci suggerisce, fatta di brani tanto reali quanto immaginari (dai B52 a Las Sobrinas, The creature of the black lagoon, dal testo trasparente come una tela di ragno). In questa atmosfera magmatica, onirica, il lettore viene risucchiato in un vortice di possibilità: cosa faccio, leggo prima il testo o guardo prima la strip e la musica va ascoltata durante, prima o dopo la lettura? E cosa dicono le parole della musica - che chi fa attenzione riconoscerà come versi di Frasca già editi in Lime (Einaudi, 1995). In fondo si potrebbe pure ballare - sobriamente, con minimi scivolamenti del corpo a destra e sinistra come per cullarsi o entrare in trance...

Ma è Dalisi che interpreta Frasca o Frasca che interpreta Dalisi? Il "lettore strabico" scopre presto che parola e disegno non sono complementari ma si integrano al tal punto che a chi - come me - non ha letto la prima versione, non illustrata, del libro riesce difficile immaginare uno Spirit solo parola (alito di vento/spirito appunto) senza i suoi occhi strabuzzati dietro la mascherina e il corpo senz'ossa, riverso in posizioni improbabili.

Illustrazione di Luca Dalisi per il Fermo Volere (p. 22)Purtroppo non ho potuto confrontare l'attuale versione con le due precedenti, quella dell'87 e quella in e-book disponibile in rete fino al marzo 2003 sul sito www.lettoricreativi.com... mea culpa! Tuttavia, vagando nella rete ho trovato un paio di brani della versione originaria del 1987 e, pur nella limitatezza del confronto, ho notato alcuni cambiamenti significativi: uno è la professione di Daniele Beretta (italianizzazione di Daniel Colt) che era bibliotecario ed è diventato archivista della Fondazione Will Eisner (dove evidentemente ha contratto il "morbo"), dunque ancor più sommerso dalle carte e distaccato dal flusso della vita reale - almeno nell'immaginario comune; l'altro è il cognome della bella Moira che nella versione attuale si chiama Mori, mitigando la chiara allusione sessuale dell'originario (gimme) More, ma creandone una più attinente al risvolto finale della vicenda: si noti in particolare l'aspetto deponente in cui si può leggere quel mori...

Il nome Moira è poi etimologicamente "fatale": la terribile, imperscrutabile Moira greca, il cui equivalente latino, le Parche, ha non poco in comune con il personaggio,  il sottilissimo filo della vita dell'uomo che possono spezzare a loro piacimento e l'implacabile, unico occhio che somiglia tanto a quell'unico occhio allungato, immenso, nero che perseguita Spirit e finirà per catturarlo.

Anche altri personaggi hanno nomi che danno da pensare: il  sardonico e crudele Saro Buono che poi diventa Sar(ò) Cosa, Sar(ò) Franco (che la dice più lunga di quanto non sembri considerando che siamo nella Spagna della seconda metà degli anni '80), il mortifero professor Vitaliano Mori padre di Moira, psichiatra psicopatico e paralitico, la cui bizzarra teoria sottende e guida l'intera storia, o l'antipatica signorina Sgarberi. Altri nomi sono trasposti, con un certo sarcasmo, dal fumetto americano:  la romagnola Civitacentri, una Central City che però del giustiziere mascherato non sa che farsene, affidandogli al massimo "storia di corna, alimenti e litigi condominiali" (p. 143), il sanguigno commissario Dowland- Dolano  e la sdolcinata Ellen-Elena che hanno lo stesso spessore cartaceo dei loro nomi.

L'intreccio: la storia comincia come un noir  sconclusionato e divertente il cui improbabile protagonista mascherato, Spirit/Daniele Beretta, è incaricato dell'indagine sulla sparizione di una certa Regina "Queen" Casella cantante, con Moira, nel gruppo rock Las Sobrinas. Ma Spirit sembra incapace di seguire la sua pista: il più classico degli inseguimenti nel traffico vacanziero di Civitacentri dietro una vistosissima Ferrari rossa, con a bordo la splendida Moira, finisce con un pestaggio della polizia che riduce l'investigatore ad un ammasso di carni tremanti riverso a terra, in preda ad un attacco di epilessia. Nel cuore della storia  c'è però uno scarto, un salto dal fumetto al dramma: Spirit è un uomo che nell'assumere il  nome di un fumetto e cancellare la sua precedente identità ha cercato di respingere l'ingarbuglio umano di sentimenti, pulsioni e rimpianti ed ora precipita, suo malgrado, nel gorgo di una passione incontrollabile. Finirà poi con abboccare come la più stupida delle prede in un tranello teso ad arte in cui la bella fatale, travestita e sdoppiata, non è che una pedina. Man mano che viene irretito nella vicenda, il protagonista comincia a sentire sulla propria pelle il senso, inizialmente oscuro, del messaggio di Regina sulla cartolina inviata da Granada* prima di sparire: "A che serve vedere se occorre sentire la corrente" (p. 39).

*Alcuni giorni fa, leggendo Il paradiso degli orchi di Daniel Pennac ho avuto un'illuminazione circa la scelta di  Granada e della Spagna quale teatro del denouement della vicenda: ad un certo punto la bella e vogliosa partner del protagonista Malaussène (di professione capro espiatorio) gli dice: "in spagnolo amare si dice comer"... Il significato principale del verbo comer è mangiare.

Proprio perché Spirit(o) rifugge dalla complicazione delle passioni, dal suo essere "unghie, capelli, ormoni" (p. 187), per lui la donna è fango, melma, muffa - forse è questo il senso del color verde elettrico che caratterizza l'abbigliamento di Moira e che si estende  persino ai suoi fatidici occhi nell'ultimo incontro con l'investigatore. Lo spirito tenta il distacco dal biblico fango, ma invano: più forte è la disintegrazione  proprio perché contraddittoria e velleitaria è stata la sua scelta di farsi disegno su un foglio di carta. Nel tratto di Dalisi, Spirit appare sin dall'inizio evanescente, fluido. Nella lotta fra la voglia e il volere quest'ultimo soccombe senza quasi combattere: appena il profumo di Moira entra nella sgangherata esistenza di Spirit questi si chiede "se quello era amore" (p. 33).

Eppure Moira è qualcosa di più di un corpo, insieme di secrezioni e ormoni che attrae e repelle. Se all'inizio è percepita soprattutto come seno-cosce, perseguita, inchioda Spirit con lo sguardo, e lo sguardo diventa "occhio nel cielo" (il dickiano Eye in the Sky) che rende Spirit a sua  volta oggetto, marionetta che si muove sotto un riflettore implacabile, fisso, di un nero ossidiana  (pp. 125, 136).

Illustrazione di Luca Dalisi per il Fermo VolereConclusioni solo per chi vuol sapere come va a finire, magari da leggere dopo aver letto il libro...
Polpo mon amour: Spirit, scopertosi ormai inseguito più che inseguitore, malcapitato insetto in una gigantesca quanto inspiegabile tela di ragno, o meglio polpo in una  "vasca, con l'acqua schifosa e tutto il resto" (p. 269), diviene martire (nel senso letterale di testimone) di una pazzesca, ingarbugliata teoria psicologica, mentre il giovane Ebony viene fatto a pezzi come un animale sacrificale, nel buio della notte di capodanno all'Alahambra. Un senso quasi metafisico di orrore, già presentito da Spirit nella forza devastante del desiderio, nella violenza crescente dei suoi gesti e pulsioni - dai bonari calcioni assestati ad Ebony al desiderio prepotente di uccidere la guardia del corpo di Saro Buono, alla volontà  di auto-annientamento avvertita  al cospetto dell'immenso cielo andaluso (p. 85), all'acquisto di coltelli per difesa risultati poi strumenti di tortura per Ebony - travolge infine il protagonista che si getta nelle acque del fiume Darro. E Spirit sente letteralmente la corrente, il suo cadavere viene trascinato via dal fiume.

Soffermiamoci un attimo sulla sorte di Ebony, la cui presenza,  apparentemente giustificata dalla necessità di dare una spalla al detective -  una specie di Watson più giovane ed aitante - diventa il fulcro della vicenda. Si è colti di sorpresa dal fatto che sia lui e non Spirit la vittima designata, ma già nelle parole di Saro si intuisce, a ben guardare, che è il ragazzo il prescelto (ulteriore ironia della sorte se si vuole): è nell'adolescente infatti che il desiderio sessuale ancora latente va stroncato sul nascere, per evitare l'instaurarsi dell'eterno bisogno dell'altro, del " rimbalzo", dell'uno-e-due, del rapporto mangiare-e-fottere che è tipico della parte istintiva, animale dell'uomo e che  l'uomo nuovo, liberato, deve superare, secondo le teorie Mori-Buono**.

** C'è da chiedersi se non ci sia in questa combinazione di cognomi un'allusione ironica al Ben Morire di seicentesca memoria.

L'uomo deve annientare e inglobare in sé  l'oggetto del desiderio che può essere indifferentemente cibo e partner : uno-è-due, mangiare-è-fottere. In proposito appare particolarmente illuminante la vignetta del polpo/uomo/globo sollevato in aria da un trionfate e rivitalizzato dr. Mori al cospetto dei suoi adepti (p.200). Forse una residua pietas dello scrittore ci risparmia la scena di tortura e di probabile cannibalismo su Ebony grazie allo svenimento di Spirit. Il misericordioso montaggio della storia agisce ancora anticipando nel racconto la morte dell'imbranato e simpatico protagonista e quasi ne smorza la drammaticità con il  ricordo di cadute assai meno rovinose, laddove c'erano esseri umani, amici pronti a soccorrerlo o per lo meno a compatirlo. Lo ritroviamo infine cadavere, povero fagotto intrappolato sulle sponde del fiume in una cespuglio mentre i due complici assassini si allontanano senza fretta - lei ormai satolla vedova nera. Un commissario spagnolo svolge svogliatamente i primi accertamenti, già convinto di dover insabbiare la vicenda.

Torniamo al titolo: Il fermo volere è forse l'oscura trama che irretisce il protagonista,  una volontà malvagia, l'orrore che sottende la vita di ogni giorno ed a tratti emerge, una intuizione che rimanda ad un altro saggio di Gabriele Frasca, La scimmia di Dio (Costa & Nolan, 1996). 

In fine, una nota scherzosa: se il romanzo si può leggere anche come una sestina provenzale, vi propongo i sei termini che a mio parere sono ricorrenti, pur con varianti verbali e semantiche:occhio-elica-pietra-guardare-schiacciare-mangiare. Ovviamente un romanzo non è una sestina ed i giochi sintattici sono meno evidenti, provate anche voi a cercare parole-chiave poi, se vi va, scrivetemi:
Lucia Marinelli lucia.marinelli@bnnonline.it