Simone Weil. Un'intima estraneità
Nel 1937 Simone Weil prese parte, insieme al fratello André, a un incontro di matematici fortemente segnato dalla teoria di Cantor sugli infiniti attuali. Questo episodio, generalmente confinato in una pagina della sua biografia, è posto da Angela Putino al centro di una interpretazione penetrante e originale, destinata a modificare il panorama degli studi weiliani. Illuminati da questa intuizione, tutti i grandi temi della Weil – dell’illimitato e del limite, dell’idolatria e dell’attesa, della massa e della singolarità - sembrano ruotare intorno al proprio asse semantico per mostrare un lato finora in ombra, un eccesso di senso, che l’autrice condensa nella figura antinomia dell’«intima estraneità»: se l’infinito può contrarsi in un nucleo prossimo al nulla, il desiderio può ospitare il dolore e la comunità la solitudine. In ciascuno di questi casi la tendenza alla fusione, individuale o collettiva, risulta sfidata e decentrata dalla potenza di un «fuori» che resiste ad ogni interiorizzazione: come negli infiniti di Cantor, il molteplice è irriducibile a sintesi unitaria, la pluralità non si arrende alla totalità. In un quadro complesso ma nitido, in cui inattesi riferimenti alle nuove teorie matematiche si incrociano ai rimandi alla psicoanalisi lacaniana e alle filosofie della differenza sessuale, il pensiero di Simone Weil incontra finalmente una lettura a un tempo libera e fedele, intensa e intransigente.
(dalla quarta di copertina)
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