Memorie di una lettrice notturna
Segnata fin dall'infanzia da un amore per la lettura che aveva tutti i tratti di una passione fatale, Elisabetta Rasy ha dedicato il suo nuovo libro ad alcune donne che con le loro parole hanno plasmato il Novecento e cambiato la nostra coscienza.
Memorie di una lettrice notturna è un viaggio personale tra le scrittrici predilette, con soggettive e imprevedibili inclusioni ed esclusioni. Insomma quanto di più simile a un album di famiglia, con tanto di fotografie. Ma è anche una insolita e utile guida alle autrici di questo tempo lontano e vicino, suggerita dalla convinzione che il XX secolo è stato il secolo del talento delle donne, l'epoca in cui la loro voce, ribellandosi a un lungo silenzio, ha illuminato con una luce nuova il mondo delle emozioni e dei corpi. Per questo c'è anche una pittrice, Frida Kahlo, che lavorando sul suo corpo ha proposto un'immagine sconosciuta e sorprendente della femminilità
Elisabetta Rasy vive e lavora a Roma. Ha esordito nel 1985 con il romanzo La prima estasi. Con Rizzoli ha pubblicato Ritratti di signora (1995), Posillipo (1997), L'ombra della luna (1999),Tra noi due (2002), La scienza degli addii (2005) e L'estranea (2007). Ha scritto per diverse testate giornalistiche tra cui "L'Espresso", "La Stampa" e il "Corriere della Sera". Attualmente collabora con "Il Sole 24 ore".
(dalla quarta di copertina)
Mosè Bianchi, La lettrice, 1867, Milano, Pinacoteca di Brera
foto da: http://www.artesuarte.it
Per molto tempo ho creduto che i libri non avessero autore. Pensavo che si scrivessero da sé. Ho cominciato a leggere libri la sera, prima di addormentarmi, verso gli otto anni. Quand'ero più piccola, mia madre o mio padre mi raccontavano una storia oppure me la leggevano per convincermi a dormire, che non era impresa facile. Ma presi quell'abitudine anche per un'altra ragione: tutti a casa mia leggevano. Mia madre, che era la grande lettrice, amava i grandi contemporanei, mio padre cercava di tenersi aggiornato sulle novità che si pubblicavano in Francia, il paese in cui aveva fatto gli studi superiori. Inoltre era lui che possedeva le chiavi della biblioteca di famiglia, non molto vasta, ma invece molto decorativa, perché si trattava di volumi ottocenteschi e di inizio Novecento con delle eleganti rilegature - rosso bordò, blu notte, verde scuro, amaranto, castano, azzurro, rosso fiamma - talvolta arabescate di caratteri d'oro. Quei volumi stavano dietro le grate arricciolate di un bel mobile antico a tre ante, orgogliosi testimoni di una sapienza perduta in quel nostro confuso e disgraziato mondo del dopoguerra.
(p. 9)
Fu così che i libri entrarono a far parte del mio patrimonio infantile, il cui pezzo forte fin lì era stata una piccola collezione di cavallucci marini essiccati che mio padre e io trovavamo talvolta in vendita da certi ambulanti di Mergellina: i libri, cioè degli oggetti piuttosto gradevoli a vedersi, a toccarsi e talvolta ad annusarsi.
Dei libri che ricevevo in regalo mi piacevano soprattutto quelli rilegati in una finta pelle che era vera plastica. Quella materia indistruttibile mi sembrava un segnale della modernità incipiente, lucente, solida e per giunta profumata: non ho mai più sentito l'impareggiabile profumo che si diffondeva da quelle copertine, ma ancora oggi non l'ho dimenticato, il profumo di una chimica gentile che mezzo secolo fa sembrava fatta apposta per ingentilire la vita degli umani. Poi c'erano i libri con le copertine di cartone, illustrate con disegni talvolta naturalistici talvolta stilizzati. Tutti avevano delle figure dentro, non meno importanti delle parole. E tutti, naturalmente, portavano, mi portavano, una storia, e mi trasportavano dentro una storia. Ma non avevano autore, no, quei libri non avevano autore: erano un pezzo di vita, un pezzo essenziale, che la sorte mi consentiva di vivere.
(p. 12)
Normalmente leggevo di notte, e la mattina svegliarmi era un tormento. Mi piaceva leggere quasi tutta la notte d'estate, quando finiva la scuola e potevo lasciare le due finestre della mia stanza aperte. L'aria entrava e usciva portando gli odori e i rumori del buio. Il profumo notturno degli alberi, l'essenza indefinibile della polvere calda e umida, il lamento di qualche cane nostalgico o infuriato e le urla stonate dei gatti pazzi di passione e gelosia, oppure il sibilo delle auto che nella strada dove abitavo (a quel tempo una casa diversa da quella del soppalco) non erano frequenti, e alle due o alle tre del mattino insinuavano il fascino di una vita che continuava molto a lungo dopo che le famiglie avevano chiuso le persiane, di quella vita di cui anche i libri facevano parte, una vita piena di suono e di senso, e abitata da molti sentimenti, che capivo, condividevo e non sapevo definire. Amavo i libri lunghi, che duravano molte notti. Amavo quell'intimità particolare che si crea di notte tra un libro e il suo lettore, e ho continuato ad amarla negli anni che sono seguiti: i libri che veramente amo cerco sempre di leggerli di notte.
Ma la figura dell'autore continuava a essere disincarnata, e a renderla ancora più astratta ci stava pensando intanto la scuola. Non che incoraggiasse o scoraggiasse la lettura proponendo liste di autori da leggere o non leggere. Nessuno allora pensava che bisognasse educare alla lettura (che poteva ancora essere considerata un' attività proibita, come quando la mattina mi portavo in classe il libro che frequentavo di notte, e leggevo mentre l'insegnante spiegava, con il libro sotto il banco e rischiando di essere scoperta e brutalmente ammonita, come mi successe per esempio con Il rosso e il nero), non si pensava di educare alla lettura, dicevo, ma piuttosto di fare in modo che tutti potessero aver accesso a questo piacere
(pp. 24-25)
Marguerite Duras e la madre, 1932
foto da: Elisabetta Rasy, Memorie di una lettrice notturna, Milano, Rizzoli, 2009, p. 109
Spesso erano nomi che andavano collocati in una sequenza, e la sequenza contava più di loro: se uno aveva scritto in un certo periodo, sicuramente era un rappresentante dell'etichetta con cui quel periodo veniva classificato nel tempo -che fosse l'ellenismo o il romanticismo, tutti quelli che avevano preso la penna in mano in corrispondenza di tali periodizzazioni ne erano sudditi passivi, come se le epoche letterarie fossero dittature implacabili che annullano la volontà dei singoli. A scuola c'era insomma molta storia della letteratura e poca letteratura. Per fortuna, io avevo alcuni professori straordinari che dell'autore ci parlavano poco ma in compenso ci facevano leggere le opere per intero - per esempio Manzoni e Dante: li leggevano in classe ad alta voce - e nelle opere tutta la carnalità, la sentimentalità e l'umanità storta e strana dell'autore venivano rivelate e redente dalla loro prigione storica. Fu così, grazie a quelle letture ad alta voce, che molti dei miei compagni che a casa loro non ne avevano mai visti scoprirono i veri libri, e per loro fu una passione e una differenza concreta dal mondo da cui provenivano, una reale possibilità per una vita diversa. Ma gli autori di cui si parlava nei testi scolastici rimanevano figure senza carne e senza ossa, nomi anonimi, se così posso dire, che fluttuavano nel repertorio delle tante cose da studiare.
Però nell'edificio del mio liceo c'era, al primo piano, una bella stanza d'angolo, molto luminosa, che la tenacia di qualche insegnante tanto appassionato quanto mal pagato aveva trasformato in una biblioteca. Quel locale sobrio e allestito alla buona operò una trasformazione radicale della lettrice che ero. Per varie ragioni. Quei libri li sceglievo io, non erano i libri che trovavo in casa o che mi regalavano, non mi arrivavano grazie alle idee e ai gusti di parenti e amici, anzi, erano una delle possibili strade per allontanarmi dalla rete domestica. Inoltre c'erano molte opere di autori italiani contemporanei, cioè opere con nomi propri consueti, paesaggi arredi abiti oggetti conosciuti, vita ordinaria e vicina che era sorprendente e emozionante, proprio perché così familiare, trovare in un romanzo. E per orientarsi non c'era altro modo che il nome dell'autore, che smise per sempre di essere un paese, un albero, un fantasma, il nato morto dei libri di testo. Bassani, Pavese e in sommo grado Primo Levi erano creature in carne ed ossa, e quella carne e quelle ossa erano incise tra le righe, si incidevano tra le parole, e inerpicandosi dalla superficie della retina si stabilivano in una mia stanza interiore, una casa interna della quale diventavano inquilini familiari, presenze certe e inevitabili. Insomma, gli autori erano diventati autori. E io amavo soprattutto quelli - per questo, credo, ricordo soprattutto Pavese Bassani e Levi - di cui sentivo più fortemente la presenza umana, il tono e, tra le parole, il ritmo del respiro, la ventura e la sventura.
Quelle storie, con le mie amiche e i miei amici, ce le scambiavamo, ne parlavamo, diventavano tramite di simpatia e persino amore -ne parlavamo non da letterati ovviamente, ma come fatti nostri, altri fatti nostri, non meno importanti di quelli della routine quotidiana. Questo significava che quegli autori tornavano a noi non più come delle figure storiche, dunque nella necessaria esteriorità delle figure storiche, ma come un io, o anzi come un sè intimo che allertava il nostro sé, lo chiamava a mettersi in movimento e a dare imprevedibili e inediti segnali di esistenza.
Fu così che scopersi gli autori. E le autrici?
(pp. 26-28)
Come sono queste scrittrici? La prima cosa che devo dire è che ognuna è assai diversa dall'altra: povere e ricche, eleganti e trasandate, con ottimi studi alle spalle o autodidatte, belle o non belle, ironiche o inguaribilmente drammatiche, con un talento per l'infelicità o con un indomabile gusto della vita. Ma soprattutto, ed è ciò che conta, ognuna ha la sua propria e inconfondibile voce - come se appunto quegli animali dei bestiari lasciassero uscire la parola soffocata in gola, o come gli animali delle fiabe quando lasciano inaspettatamente uscire le parole dal becco e dalle fauci, reclamando ognuno la sua storia, ognuno la sua singolarità contro la collettivizzazione indebita che è stata loro imposta. In altre parole: niente scrittura femminile omogenea unanime riconoscibile (ecome sarebbe possibile: la scrittura, se è tale, è lo specchio di una voce nella sua unicità, nella sua drammatica e solitaria individualità), ma forse, tuttavia, qualche caratteristica in comune. Mi è sembrato infatti di riconoscere in tutte loro una sorta di strenuo patto con la giovinezza, qualcosa di inguaribilmente giovanile - il fervore, forse - uno statuto di eterne ragazze, non raramente pagato con sofferenza e difficoltà, o con eccessi e talvolta con la vita. Tutte, o sicuramente la maggior parte, sono lontane dal potere (culturale o politico), oblique, dubbiose, refrattarie - e, se militanti, militanti soprattutto dell'esistenza. E anche forse, perché amandole cercavo di leggerle nella intimità della notte, tutte radiose di una luce notturna, come quella della luna che, quando è piena e limpida, mostra i paesaggi della realtà sotto un diverso e sorprendente aspetto.
Ma, anche se diffido di ogni generalizzazione, vorrei aggiungere qualche altra cosa. Qualcosa che ai miei occhi è un segno di riconoscimento, e un punto, per me, di forte attrazione. Benché tutte queste scrittrici, lo ripeto, siano diverse, pure nella loro individuale e inconfondibile e personale scrittura sento l'eco di una comune condizione, la provenienza da una stessa gens, una gente a lungo silenziosa: il continente nero della femminilità, lo chiamava enfaticamente Freud, ma potremmo più semplicemente dire una tradizione dietro di sé di cui portano ancora il peso e lo stigma, una storia di interni, di interiorità segreta e di silenzio, di esilio domestico, di magie bianche e nere casalinghe, di sogni incomunicabili, di effrazioni taciute o condannate, di un costante corpo a corpo con la fragilità dei corpi. Poi, invece, quando scrivono tutto questo lo portano alla luce, anche solo come una scia, la traccia di una traccia, lo mettono sulla scena del mondo e della letteratura in uno spazio da esplorare, dove spesso l'identità non è che il retaggio di una famiglia spettrale e la sessualità non è che una conseguenza dell'essere vivi, un suo variegato modo, e non più soltanto un univoco segno di riconoscimento o, tantomeno, di elezione o dannazione.
Attraverso di loro, i loro scritti e la figura delle loro vite, il Novecento mi è apparso come il secolo del talento femminile: il secolo, dunque, in cui alcune (molte) donne trasportano e insieme contraddicono la loro tradizione, la espongono e la negano, l'offendono e la difendono - intente nella loro scrittura a indagare non questioni di categoria ma, per usare le parole di una di loro, il mistero della nostra esistenza sulla terra, in una nuova ampiezza e con inaspettati contorni.
Mi sembra anche, però, che se il talento femminile in letteratura esplode nel XX secolo, alla sua fine, questo specifico talento si estingue. Dopo ci saranno - ci sono, ovviamente, le leggo e le ammiro -donne di talento che scrivono, ma quello strano fenomeno della bestia che parla, di una femminilità che si manifesta e si rivoluziona in una moltitudine di voci provenienti da uno stesso altrove della storia, finisce col secolo, resta una speciale luce, una delle più sfolgoranti, del tempo dai molti chiaroscuri che abbiamo alle spalle.
(pp. 43-46)
Muriel Spark, 1960
foto da: Elisabetta Rasy, Memorie di una lettrice notturna, Milano, Rizzoli, 2009, p. 128
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