Le bimbe di Kabul. Afghanistan 2005: la sfida silenziosa della donne verso la democrazia
Le bimbe di Kabul è il diario di un viaggio compiuto nella città afghana da una missione parlamentare italiana. Gli incontri con il Presidente Hamid Karzai, con l'ex re Zhair Shah, con i Ministri alla Condizione Femminile e alla Pubblica Istruzione non riescono ad offrire risposte pienamente soddisfacenti alla domanda su quale è oggi la condizione di vita delle donne afghane. Alcune risposte che aiutano a capire meglio la loro condizione arrivano dall'osservazione attenta della vita nella città.
Tra la polvere, il fango e le macerie di Kabul si muove una comunità multietnica e multilinguistica maschile: apparentemente le donne sono inesistenti. Ogni tanto, lungo le strade, davanti alle bancarelle o nei negozi, dove persino la vendita dei reggiseni è gestita dagli uomini, compaiono le donne.
La maggioranza indossa il burka. Perchè?
In osservanza alle vecchie prescrizioni talebane o per difendersi dall'invadenza maschile e maschilista?
Tutelate dalla rigida segregazione tra i sessi migliaia di bambine e ragazze frequentano per la prima volta le scuole. Saranno le future vittime scolarizzate della violenta cultura tribale maschile o avranno un futuro degno di essere vissuto?
Ma il futuro delle bambine non si giocherà solo in Afghanistan.
Spetta anche ai Governi e all'opinione pubblica occidentale capire la complessità di quel Paese nel quale non vi saranno né democrazia né rispetto dei diritti umani sino a quando le donne non otterranno lo statuto e la dignità delle persone.
Elena Montecchi è nata e vive a Reggio Emilia. Deputata e Vice Presidente del Gruppo Parlamentare DS della Camera dei Deputati. Dal 1996 al 2001 è stata Sottesegretario di Stato, prima al Ministero del Lavoro e poi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
(dalla seconda e terza di copertina)
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Una classe sotto la tenda. Scuola femminile Deh Dena
foto da: Elena Montecchi, Le bimbe di Kabul. Afghanistan 2005: la sfida silenziosa della donne verso la democrazia, Reggio Emilia, Aliberti, 2005, [foto n. 7 dopo p. 96]
Il pomeriggio del 7 agosto 1998 ero a New York e stavo passeggiando verso Washington Square quando mi fermai di fronte al negozio di un rivenditore di materiale elettrico ed elettronico. Almeno dieci televisori accesi stavano trasmettendo le immagini e le ultime notizie sugli attentati alle Ambasciate americane in Kenya e in Tanzania. I cronisti e le croniste che commentavano quel panorama di distruzione cominciarono solo qualche giorno dopo le esplosioni, e dopo qualche informazione riservata ricevuta da Washington, a pronunciare il nome di Osama Bin Laden. In Afghanistan, il giorno successivo agli attacchi anti-americani, i Talebani occuparono Mazar-e Sharif, uccisero diplomatici e giornalisti iraniani e massacrarono un numero imprecisato di persone di etnia hazara. Ma la stampa e le elite americane non si occuparono più di tanto di questi eventi. O meglio non ci fu, allora, alcuna analisi pubblica rigorosa circa il ruolo dell'Afghanistan e dei capi talebani nella costruzione dell'identità religiosa e militare islamica fondamentalista di cui Osama Bin Laden era (ed è) l'indiscusso punto di riferimento internazionale. L'agosto del 1998 fu un mese nero per l'Amministrazione Clinton ai morti americani e africani degli attentati si aggiunse la deflagrazione dell'affare Lewinsky. Il 17 agosto, sdraiata sul letto di un albergo a Salt Lake City, non persi una parola del discorso alla Nazione di Bill Clinton. Il Presidente degli Stati Uniti, un politico che ho sempre apprezzato, apparve sugli schermi, quasi piangente, per combattere contro un'isterica campagna di delegittimazione. [...] Si arrivò al punto che, quando il 20 agosto, i portavoce dell'Amministrazione annunciarono il lancio di missili su alcuni obiettivi afghani, i media americani accusarono Bill Clinton di avere bombardato l'Afghanistan per distogliere l'opinione pubblica dall'affare Lewinsky. Pochi si interrogarono sulle ragioni e sull'efficacia di quei bombardamenti. Trascorsi larga parte delle mie vacanze a seguire i dibattiti televisivi trasmessi dalla Fox, dalla CNN e dalla CBS e rimasi sbalordita dal livore scatenatosi contro Clinton e dalla carenza di analisi su quanto stava succedendo. Da circa un anno avevo cominciato a interessarmi della situazione afghana, da quando Emma Bonino, con altri rappresentanti dell'Unione Europea, fu arrestata per alcune ore dai Talebani e da quando Hillary Rodham Clinton e Madeleine Albright, insieme a molte intellettuali, attrici e giornaliste americane, lanciarono una campagna per i diritti delle donne afghane che culminò con la celebrazione dell'8 marzo 1998 come giornata internazionale dedicata alla condizione femminile in quel Paese. Nonostante questo impegno, l l'ascesa dei Talebani, l'insediamento di Osama Bin Laden, la violazione sistematica dei più elementari diritti umani, la guerra civile e i massacri etnici erano passati sotto silenzio per anni. Come è stato ampiamente descritto dal giornalista e studioso Ahmed Rashid e dalla prestigiosa firma del «Washington Post», Steve Coll, la mappa geopolitica dell'Asia centrale emersa dopo il crollo dell'Unione Sovietica ha aperto nuove prospettive economiche e strategiche per le alleanze e gli interessi internazionali degli Stati Uniti, dell'Arabia Saudita, del Pakistan, della Cina, della Russia e delle ex Repubbliche sovietiche asiatiche.
Pare quasi come se alla fine del Novecento sia ricominciato, con forme e con protagonisti diversi, ma con obiettivi analoghi a quelli di allora, il conflitto ottocentesco tra l'Impero Britannico e gli Zar russi per il controllo dell'Asia centrale. L'ufficiale inglese Arthur Connelly, che fu decapitato a Bukhara nel 1842, battezzò il contrasto politico-militare tra russi e inglesi "il grande gioco". Per i russi, invece, quello era "il torneo delle ombre".
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Alcune maestre. Scuola femminile Deh Dena
foto da: Elena Montecchi, Le bimbe di Kabul. Afghanistan 2005: la sfida silenziosa della donne verso la democrazia, Reggio Emilia, Aliberti, 2005, [foto n. 5 dopo p. 96]
L'Afghanistan per la sua collocazione geografica di cerniera e di passaggio tra l'Iran, il sub-continente indiano, le Repubbliche asiatiche e la Cina (attraverso il Corridoio di Wakhan), era lo scacchiere su cui si muoveva "il grande gioco" o "il torneo delle ombre". Il direttore del «World Policy Journal», Karl Ernest Meyer, descrive l'Afghanistan come il paese che «copre lo snodo strategico dell'Asia centrale. Per secoli le carovane cariche di merci sulla Via della Seta sono passate per le sue valli e i suoi paesi, e il territorio al giorno d'oggi offre un comodo tracciato per un oleodotto che porti dal Golfo Persico il gas naturale del Caspio - una moderna Via della Seta -quando (o se mai) tutti gli interessati si metteranno d' accordo sul progetto». [...]
In particolare, Rashid descrive l'atteggiamento doppiogiochista dei Talebani nei confronti di entrambe le compagnie rivali. Dalle sue ricerche documentali e dalle sue fonti di informazione, mai smentite, emergono le buone relazioni tra la compagnia UNOCAL e il governo americano. Sarà il Vice Segretario di Stato americano per l'Asia meridionale Robin Raphel, a sostenere pubblicamenteil progetto UNOCAL e, come riporta Rashid, «Chris Taggent, un dirigente di UNOCAL, dichiara a diverse agenzie di stampa: "Ora che i Talebani hanno preso Kabul sarà più semplice realizzare il progetto del gasdotto"». Era il settembre del 1996 e il Dipartimento di Stato, attraverso la portavoce Glyn Davies, sosteneva una linea confusa e reticente, condizionata dalla campagna per l'elezione alla Presidenza americana che vedeva la competizione tra Dole e Clinton. La signora sostenne che gli americani speravano nell'«inizio di un processo di riconciliazione nazionale».
L'ambiguità di quelle parole e la posizione di alcuni esponenti governativi verso le strategie UNOCAL autorizzarono l'interpretazione di una ufficiosa «approvazione da parte americana del governo dei Talebani». La sottovalutazione degli americani nei confronti dell'ascesa dei Talebani durò sino a quando si squarciò il velo sulla condizione femminile in Afghanistan. Gli analisti e gli studiosi americani che si occupano dell'Asia centrale, sono stati particolarmente fermi nella critica verso la scarsa visione politica dell'Amministrazione Clinton. Penso che quelle critiche siano giuste. Sino alla fine del '97 gli americani sottovalutarono la situazione nell'area, non considerando la complessità del fenomeno islamico fondamentalista e il suo radicamento in alcune fasce giovanili dell'esteso mondo musulmano. Nei primi anni Novanta si determinò così un grande cortocircuito, negli Stati Uniti e non solo, tra gli specialisti e i ricercatori universitari che si occupavano del mondo islamico e la classe politica. Nelle più prestigiose università americane ed europee si studiavano l'evoluzione del pensiero dei Fratelli Musulmani, gli effetti della rivoluzione iraniana sui giovani islamici, lo sviluppo delle madrase deobandiste in Pakistan, il ritorno a forme di religiosità fanatica di tanti musulmani emigrati nei Paesi Occidentali, mentre il mondo politico improvvisava interpretazioni e analisi dettate da convenienze nazionali e internazionali di corto respiro. A mio avviso la vicenda afghana conferma che la fine della Guerra fredda, con il crollo dell'Unione Sovietica, fu colta dai leader dei principali Paesi dell'Occidente solo come una opportunità per ridisegnare le mappe del controllo in alcune aree regionali. [...]
E continuiamo a sottovalutare la situazione nel Caucaso e in Asia centrale: crogioli di etnie, tribù, religioni, lingue diverse che oggi sono in tensione e in conflitto. Noi riassumiamo i principi di tolleranza e di convivenza nella parola democrazia ma, durante la mia breve permanenza in Afghanistan, ho capito che c'è bisogno di tante altre parole e tante altre azioni per il futuro di quella miscellanea etnico-religiosa [...]
A Kabul ho cercato di osservare la città, oltre le nuvole di polvere rossa e il fango delle strade bagnate dalla pioggia, di ascoltare e di guardare la gente con orecchie e occhi attenti. In quei brevi ma intensi giorni tutti coloro che ho avuto la fortuna di conoscere mi hanno insegnato qualcosa di prezioso che ho cercato di preservare scrivendone.
(da: Prefazione, pp. 9-13)
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Woman reading on the top of the a ladder, 1920
foto da: http://www.bibliotecapgnegro.unipr.it/help-desk/Daniela/Frauen_index.htm
Collegamenti
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