Figlie d'Italia. Poetesse patriote nel Risorgimento (1821-1861)
Nel processo di unificazione nazionale la poesia ebbe un'importanza straordinaria, contribuendo a formare l'immaginario patriottico, costruendo miti, alimentando emozioni e passioni. Molte furono le donne che parteciparono all'elaborazione di questa sorta di "romanzo popolare" in rima: alcune destinate ad una discreta e duratura fama, altre scrittrici improvvisate e solo occasionali. La loro presenza, che svela una volta di più il protagonismo femminile tra le pieghe della storia, non è qui trattata attraverso gli strumenti della critica letteraria, bensì come espressione della partecipazione delle donne alla lotta per l'unità e l'indipendenza nazionali. Indagando le motivazioni che hanno mosso queste scrittrici e i risultati del loro ingresso sulla scena pubblica, l'autrice si è accostata ad aspetti diversi dei decenni in cui si è fatta l'Italia: i rapporti familiari, la condizione delle donne nella società, il contesto culturale, il processo creativo di simboli che alimentarono l'immaginario collettivo. La documentazione presa in esame, ricca e vivace, non si limita alle testimonianze poetiche ma comprende memorie e corrispondenze, facendoci così entrare nel vivo di un Risorgimento in cui la voce femminile è tutt'altro che inerte e silenziosa.
Maria Teresa Mori si occupa di storia d'Italia dell'Ottocento. Con Carocci editore ha già pubblicato Salotti. La socialità delle élites nell'Italia dell'Ottocento.
Ventaglio patriottico
foto da: http://www.museiarte.brescia.it/html/Mostra-2011-Salotto_f.htm
«La nota più caratteristica della poesia femminile del secolo decimonono è la nota patriottica», scriveva sulla "Riforma nazionale" del 1913 l'autrice di un saggio volto a riscoprire lineamenti e protagoniste di una vicenda che -in un paese nuovamente scosso dalle sirene della nazionalità -poteva tornare ad essere di un qualche interesse per lettori mediamente colti. Difficile concordare con quel giudizio tanto netto, così come sulle affermazioni successive di Giulia Sanson, secondo cui «in quasi tutte» le poetesse del Risorgimento «l'affetto della patria predomina, aperto o velato», tanto da farle dire che «per molte la patria fu il fine unico della loro poesia». Ma se è indubbio che i toni vadano smorzati e quella centralità ridimensionata, resta vero che la dimensione patriottica costituisce uno dei tratti più caratteristici delle scritture femminili in versi nei quarant'anni che vanno, grosso modo, dal 1830 al 1870 e che per l'Italia identificano la fase culminante del Risorgimento: di quel Risorgimento sul quale da una ventina d'anni la storiografia è tornata a riflettere non solo con rinnovato interesse, ma facendo leva su paradigmi interpretativi almeno in parte nuovi, attenti alle rivisitazioni dell'idea di nazione e di Stato nazionale (o Stato-nazione, come ormai si preferisce dire per sottolineare l'interconnessione paritaria fra i due termini) che un po' ovunque si vengono compiendo. E tuttavia, nonostante la recente impennata di interesse per la scrittura femminile e per il ruolo delle donne nel Risorgimento italiano, non si può dire che, al di là di una ristretta cerchia di studiosi e di studiose, di quelle poetesse ricche di pathos civile si sappia molto: protagoniste o figuranti che siano, a tutt'oggi perfino i loro nomi risultano ignoti ai più, o stentano a identificare vicende e personalità dotate di una qualche consistenza scenica.
Di qui, dunque, un primo e non irrilevante merito di questa bella ricerca, opera di una studiosa di storia interessata all'esplorazione delle pratiche socio-culturali e dunque al lavoro delle studiose di letteratura, da tempo alla riscoperta di questo mondo minore, anche se fin qui interessate soprattutto alle scrittrici e alle improvvisatrici del Settecento (da Luisa Ricaldone a Francesca Serra, da Adriana Chemello ad Alessandra Di Ricco a Tiziana Plebani}, o alla vivacissima stagione apertasi con l'ultimo quarto dell'Ottocento e scandita da figure come Ida Baccini e la Marchesa Colombi, Jolanda e la Contessa Lara, Neera, Carolina Invernizio e Luisa Anzoletti, oggetto a più riprese, in questi ultimi anni, di saggi, convegni e riedizioni di opere, oltre che filo conduttore di riflessioni più complessive, quali quelle dedicate da Marina Zancan e Antonia Arslan ai tempi e alle esperienze a cui quei nomi alludono. Molto meno numerose, e soprattutto più frammentate, sono state fin qui le indagini sulle poetesse/scrittrici dell'età risorgimentale, nonostante l'interesse che esse suscitarono fra i contemporanei e la novità - culturale, civile, politica - di quella loro scesa in campo nel nome della comune "patria italiana".
Vari segnali sembrano indicare che la situazione stia rapidamente cambiando; ma è indubbio che a riattivare l'attenzione per i primi decenni dell'Ottocento siano state in questo caso piuttosto le storiche, chiamate a riflettere sul ruolo -reale e simbolico- che le donne hanno avuto nella nascita del mondo contemporaneo e delle sue strutture politico-istituzionali, oltre che nella configurazione delle categorie concettuali intorno a cui esse si sono strutturate. Non è un caso che siano proprio le studiose più attente a tali questioni quelle che hanno fatto uscire dall'ombra le donne di cui qui ci si occupa, sia che si guardi alle ricerche che hanno aperto la strada -da Annarita Buttafuoco a Rosanna De Longis, da Laura Guidi a Nadia Filippini - o che hanno esplorato luoghi e strumenti della loro presenza, da Ada Gigli Marchetti e Rachele Farina a Laura Pisano e Silvia Franchini, sia che si considerino le aree di indagine delle più giovani leve - Claudia Gori, Vinzia Fiorino, Monica Pacini, Angela Russo, Alessandra D'Alessandro, Angelica Zazzeri... Del resto, a rimettere in circolo almeno alcune di quelle figure e di quelle esperienze era stato già il primo studio "moderno" di storia delle donne, che si occupava appunto delle Origini del movimento femminile in Italia ricercandole nell'anno grande del «risorgimento nazionale», il 1848.
Visti il tema e il taglio dell'opera, non può certo stupire che nelle pagine di Franca Pieroni Bortolotti si desse molto più spazio ai saggi in prosa, alle conferenze politiche, ai giornali emancipazionisti che ai versi patriottici. E tuttavia, anche a rileggerle oggi, non può non colpire il rilievo che in esse veniva ad assumere la scrittura delle donne, conferma e specchio della loro volontà e capacità di «prendere la parola» e di esprimersi sui problemi del tempo, di proporsi come soggetti dotati di una individualità autonoma e al tempo stesso di essere (e di essere considerate) parte integrante di una «comunità nazionale», della sua storia, delle sue tradizioni culturali, del suo impegno a «risorgere a nuova vita» facendo leva su un progetto intessuto di operosa dignità e di specchiato rigore morale, di convinta adesione alla religione del dovere e della temperanza.
Come stupirsi, dunque, che il tema sia balzato di nuovo in primo piano non appena il ricorso al genere come "utile categoria d'interpretazione storica" e l'onda dei cultural studies addensatasi intorno alle suggestioni offerte dalla Nazione del Risorgimento di Banti hanno stimolato nuove domande e nuovi approcci nello studio di vicende a cui il dilagare dei nuovi nazionalismi fin de siècle restituiva una inattesa attualità? I saggi dell'Annale della Storia d'ltalia Einaudi - curato da Banti e da Ginsborg - fitti di donne reali e immaginate, di figure femminili còlte ora nella concretezza delle loro passioni e dei loro desideri, ora nelle proiezioni simboliche (ma anche letterarie, pittoriche e musicali. ..) care alla loro epoca, sono lì a testimoniare di un rinnovamento profondo degli studi, e di potenzialità ancora in larga misura da esplorare. [...]
Quello che vediamo attivarsi è una sorta di circuito virtuoso tra le emozioni suscitate dalla conoscenza dei poeti che hanno fatto grande l'Italia e la scoperta per quel tramite di una diversa dimensione dell'idea di patria; ma è vero anche che proprio "l'amor di patria" spinge poi molte di quelle donne inquiete ad esercizi defatiganti per affinare le proprie competenze linguistiche. In ogni caso, esse tendono a rappresentare il proprio percorso poetico come un'alternanza di illuminazioni improvvise e di ossessivi esercizi di lima: «possedute dal nume», dunque, ma anche pronte ad assoggettarsi a un rigoroso disciplinamento linguistico e letterario in nome della volontà e del bisogno di padroneggiare più a fondo quell'«idioma nazionale» in cui riconoscevano il «vincolo del sociale consorzio», «il vanto e la forza arcana di un popolo», come auspicava che esse facessero un abate pistoiese, rivolgendosi a loro direttamente dalle pagine di una strenna livornese, La Viola del Pensiero, nel 1840.
Muoversi in quella direzione, come ci mostra Maria Teresa Mori ricostruendo con intelligente acribia le tensioni e i conflitti di alcune di loro, implicava tempo, fatica, e una gran solitudine di fondo, sia nel caso in cui la modestia delle risorse le obbligava a trasformarsi in altrettante «vestali dal peplo affrittellato», per usare l'efficace espressione con cui molti anni dopo Anna Maria Mozzoni suggellerà l'io diviso delle donne coinvolte in una intensa attività intellettuale, sia quando il nome e l'agiatezza le isolavano in ambienti del tutto sordi alle avventure e ai travagli di cui si pasceva la loro mente. Perfino una poetessa di straordinario successo come Giannina Milli, contesa nell'età adulta da accademie e teatri, vive una giovinezza prigioniera di addestramenti rigidamente prescrittivi e di scommesse altrui sul suo destino. Poche le eccezioni, frutto per lo più di una comunione di interessi e di obiettivi con un coniuge che -come nel caso di Pasquale Stanislao Mancini, marito di Laura Beatrice Oliva -non solo apprezzava l'attività della moglie, ma era attento a costruirle tutto attorno sponde e occasioni di socialità congrue con i suoi interessi. Di solito, però, i mariti sono presenze lontane e sfocate, anche se non necessariamente ostili, come pure accade: ed è un dato che tanto più colpisce in quanto le nostre poetesse sono quasi tutte sposate, oltre che dotate di figli, a differenza della maggior parte delle loro omologhe d'Oltralpe, anche al di là della rituale identificazione delle inglesi libere e giramondo con le "britanne vergini" di foscoliana memoria. In Italia,invece, i doppi cognomi si sprecano, quasi che la condizione di coniugata, essenziale per essere compiutamente donna, facilitasse l'accesso alla sfera pubblica, come del resto suggeriscono non pochi resoconti e diari dei viaggiatori stranieri nell'Italia del tempo. [...]
Ma riconoscere l'esistenza di una rete "nazionale" di donne interessate a pubblicare le proprie poesie e di editori interessati a mettere in circolo quegli scritti non significa e non può significare abdicare al dovere di distinguere tra strutture e costumi sociali delle diverse regioni d'Italia che proprio in rapporto alle donne conoscevano il massimo delle divaricazioni, sia l'ancoraggio accentuatamente settentrionale delle decine e decine di strenne che ogni anno invadevano il mercato librario italiano e la cui fortuna segnala, come quella degli almanacchi di leopardiana memoria, la permanente fragilità di un pubblico di lettori e lettrici in via di secolarizzazione e in cerca di letture facili e accattivanti, aperte ai sapori e agli umori del tempo. Non è un caso dunque che quei prodotti si aprissero con relativa liberalità a firme femminili, sia quando erano concepiti per un pubblico indifferenziato sia quando si rivolgevano in modo specifico "alle donne" e "alle spose", alle "dame" e alle "signore", e talora "alle donne italiane" , presentandosi magari come "compilati a beneficio degli asili d'infanzia" e privilegiando temi caritativi ed educativi particolarmente idonei alle donne, che del resto di quel movimento erano magna pars. Quanto alle rare raccolte di scritti solo femminili - le più esplicite nel dare dignità autoriale alle scrittrici, visto il loro carattere decisamente elitario -esse non solo rinviano invariabilmente a una città del Nord (Venezia, Milano, Torino, Genova), ma si presentano assai povere di composizioni e di nomi di area meridionale, limitandosi a poche cose di Irene Ricciardi, Giuseppina Guacci e Cecilia de Luna Folliero.
Che non si trattasse solo ed esclusivamente di un divario legato alle opzioni dei curatori lo si capisce scorrendo cataloghi e repertori del tempo, come quella Biblioteca femminile italiana edita da Pietro Leopoldo Ferri nel 1842, le cui pagine fotografavano il permanere di rilevanti squilibri nella produzione letteraria a firma femminile delle varie aree della penisola. Anche se proprio a partire dalla fine degli anni trenta e per almeno un decennio essi conobbero una indubbia attenuazione, puntualmente registrata dalla seconda edizione, nel 1847, del Parnaso italiano, di una più ricca appendice di poesie femminili, chiamate a testimoniare, dopo i fulgori del Cinquecento e la lunga decadenza, della ritrovata dignità delle donne italiane, vissuta e presentata come pegno e segnale dell'uscita della patria comune dai secoli bui del silenzio e della schiavitù.
E in effetti, come ha cura di sottolineare Maria Teresa Mori, è proprio all'aprirsi degli anni quaranta che si collocano pubblicazioni come il Serto femminile in morte di Diodata Saluzzo Roero di Revello, celebrata come l'autorevole capofila di una catena e di una rete di "sorelle minori" altrettanto appassionate dell'arte poetica, o come l'Antologia femminile, che nello stesso 1840 si apriva rivendicando con orgoglio di aver voluto dare spazio a scritti che non descrivessero solo «le purissime gioie domestiche», ma che trattassero «pure con franca loquela la causa della Patria e dell'Umanità», troppo spesso considerate pregiudizialmente estranee al mondo e agli interessi di una donna.
Convinte anch'esse, al pari di Carlo Cattaneo, che la poesia (e più in generale la letteratura), non poteva «più essere, come in antico, cultivata nell'isolamento», perché «si è tutta data al servizio della civiltà», rievocarono figure ed episodi di donne pronte a sacrificarsi per la patria e per il suo onore, cantarono la guerra contro lo straniero e la necessità di rafforzare i «sacri vincoli» che legavano fra loro i popoli della penisola, esaltarono le riforme e la benevolenza dei principi riformatori.
(da: Prefazione di Simonetta Soldani, p.9-15)
Abito tricolore
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La direzione della ricerca non poteva che essere duplice. Da un lato ci sono le poesie: molto diffuse all'epoca attraverso canali diversificati, dai recital dal vivo ai fogli volanti, sono qui considerate non dal punto di vista specificamente letterario, ma come parte di quell'insieme di testi, maggiori e minori, che formano il canone del nazionalismo e in cui si snodano le sue rappresentazioni. Anche solo scorrendone i titoli appare evidente come tra fidanzate e mamme di volontari, fratelli in armi e martiri sacrificati, donne lombarde e madri venete tutto questo repertorio utilizza un linguaggio fortemente connotato che, parlando di patria, nemici e libertà, definisce anche ruoli familiari, attitudini sentimentali, modelli maschili e femminili, mettendo insieme pubblico e privato in un unico campionario di simboli e norme prescrittive.
D'altra parte, il protagonismo femminile che le scritture risorgimentali evidenziano induce a focalizzare l'attenzione non solo sulle immagini simboliche, ma sulle donne in carne e ossa che sono state coinvolte nella lotta per la costruzione della nazione, che vi hanno partecipato con entusiasmo, che vi hanno investito qualcosa. Come e perché i miti patriottici le hanno affascinate e convinte? In che modo hanno pensato se stesse e le altre donne dentro quei miti? E poi, come è finita per loro, che esiti ha avuto l'unità italiana in termini di identità e di cittadinanza femminili? Sono queste le domande di fondo considerate, cercando di verificare quanto la specificità delle storie personali delle poetesse e della loro produzione letteraria abbia espresso significati comuni e parametri generalizzabili, a partire dalla consapevolezza che il confronto tra esperienze e contesti differenti può portare a forzature e appiattimenti su interpretazioni univoche. Un rischio che lo stesso oggetto della ricerca ha in qualche modo esorcizzato: la molteplicità e la contraddizione, infatti, sono risultate come i caratteri distintivi della presenza di donne poetesse nel Risorgimento, pur essendo essa caratterizzata da connotazioni ampiamente condivise.
L'arco cronologico esaminato è compreso tra il 1821 e il 1861. La data che segna la nascita del nuovo Stato italiano costituisce una sorta di cesura storica e simbolica: a parte la fioritura poetica che nel 1866 accompagna l'annessione del Veneto all'Italia e che riprende i temi del periodo risorgimentale, infatti, la letteratura patriottica femminile successiva - che pure non manca - ha tratti diversi, in relazione al diverso contesto storico in cui si esprime, ed è altra cosa rispetto a quella qui analizzata, pur presentando elementi di contiguità.
Il repertorio di poetesse che viene ricostruito e che rappresenta l'oggetto di questo libro non ha assolutamente pretese di completezza (di certo, sono molti i nomi assenti all'appello), ma comprende molte realtà della penisola, dal Sud al Nord, dalla provincia alle grandi città, e può dunque essere considerato rappresentativo. Si tratta di alcune decine di donne, alle cui spalle sta il fenomeno delle molte che hanno scritto testi patriottici solo occasionalmente, in forma anonima o firmando col proprio nome, ma le cui firme oggi non sanno dirci, delle autrici, nulla di più.
La trasversalità dell'argomento ha fatto sì che, trattandolo, siano emersi molti argomenti riguardanti la storia dei decenni in cui si è fatta l'Italia: i rapporti familiari, la condizione delle ragazze e delle donne nella società, il tessuto sociale, la tradizione letteraria, il processo creativo dei simboli che alimentano l'immaginario collettivo. In ogni singolo capitolo affiorano questioni che rimandano alle pagine successive e richiamano quelle precedenti, suggerendo un tragitto circolare intorno a un duplice problema di fondo, decisivo nel passaggio alla modernità: il modo con cui le donne entrano nella scena pubblica da un lato, la rappresentazione del femminile dall'altro. Personalmente, ho trovato questa esplorazione stimolante, piena di sorprese, ricca di suggerimenti: se il risultato non è ben riuscito, la responsabilità non è certo del materiale che ho avuto a disposizione. Voglio solo citare, al proposito, i bei carteggi che mi è capitato di leggere, alcune tra le tante "carte di donne" sprofondate in qualche archivio o pubblicate qua e là su volumi dimenticati. Sono documenti caratterizzati da una specificità squisitamente soggettiva, che però si collocano dentro le complesse articolazioni di un contesto familiare e sociale: per questo sanno dire molto su «tutte le possibili varianti dell'esistenza», su come i singoli individui rappresentano se stessi e vivono le proprie relazioni. Sono inoltre, testimonianze preziose di un Ottocento dove la presenza delle donne è tutt'altro che marginale, tutt'altro che muta.
(da: Introduzione, p. 19-21)
Dall'indice: Prefazione di Simonetta Soldani; Introduzione; Ragazze prodigio; Tra istruzione ed educazione; Maestri; Dall'Arcadia alla carta stampata; A viva voce; Scritture; Le poesie: immagini, simboli, rappresentazioni; «Oh, dolce patria!... Oh mio perenne amore!»; «Donna, ti scuoti...»; Tra aspirazioni e disciplinamento; Solo madri?; Italiane; Bibliografia.
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