La guerra delle sannite. Il brigantaggio al femminile nella provincia di Benevento dopo l'Unità d'Italia -1860/1880

Gruppo 2011/II
Autore Clotilde De Filippo
Editore Edimedia, Benevento
URL opac NAP0506548
Anno 2011
Data inserimento 01/11/2011

Nell'ampio e documentato lavoro condotto ne "La guerra delle sannite", risulta cospicua la ricerca di documenti; (...) l'autrice ha riproposto, tramite tale pluralità di informazioni, una minuziosa analisi del brigantaggio dalla quale emerge una sua ineludibile  declinazione al femminile: una descrizione accurata delle brigantesse e delle manutengole che lo hanno condiviso ideologicamente, e  gestito logisticamente, in una prospettiva partigiana.
L'elaborazione 'del concetto di "donna soldato" offre poi una rilettura del fenomeno in termini di attivismo e protagonismo, essenzialmente la chiara visione di un avventuroso passaggio dalla subalternità all'uomo ad una progressiva emancipazione sociale.
Del resto, volendo aprire ad una riflessione storica, la donna diviene protagonista già nel corso del Risorgimento, quando con estrema scaltrezza interviene nelle discussioni politiche, partecipa a cospirazioni, si arma ed indossa abiti maschili: una patriottica Eva che si ripropone poi nel corso del Novecento alla conquista della propria identità, nella lotta partigiana e nelle contestazioni degli anni '60-'70, ottenendo, infine, quei pieni diritti fino ad allora esclusivo appannaggio degli uomini.
È dunque più che apprezzabile la ricerca svolta da Clotilde De Filippo, in merito ad un fenomeno storicamente rilevante avvenuto nelle nostre terre e che ben si colloca nell'ambito delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario sia dell'Unità nazionale sia della nascita della Provincia di Benevento.

(dalla quarta di copertina)

Tre brigantesse

Tre brigantesse
da: «L'emporio pittoresco», n. 34, 22/29 aprile 1865

Rappresentanti del cosiddetto "sesso debole", le donne sono state considerate a lungo poco adatte o inclini all'azione, all'avventura e, ancor meno, alla guerra. A partire dagli anni Settanta del Novecento, tuttavia, numerosi studi ne hanno messo in evidenza la partecipazione agli eventi piccoli e grandi della storia, comprese guerre e rivoluzioni. Lo scopo di questa ricerca è appunto quello di far emergere la realtà di un consistente coinvolgimento femminile in quel fenomeno storico conosciuto come brigantaggio meridionale postunitario, ossia la guerra che si scatenò all'indomani dell'Unità fra esercito e apparati istituzionali del nuovo stato italiano e un numero sorprendentemente grande di irriducibili bande di briganti.
Il brigantaggio rappresentava un fenomeno antico nelle campagne economicamente depresse del sud Italia - ma anche in quelle dell'Italia settentrionale e dell'Europa- risalente all'epoca romana. Ma quello postunitario si differenziò sia per le dimensioni senza precedenti che per il significato politico. Nonostante, infatti, i tentativi della classe dirigente di far passare i briganti per delinquenti comuni, ladri e razziatori, alcuni politici e uomini illustri del tempo definirono tale fenomeno una "guerra civile" che minava pericolosamente le basi del neonato stato unitario.
Nel disordine generale conseguente al crollo del Regno borbonico delle Due Sicilie dopo lo sbarco garibaldino a Marsala nel maggio 1860, alla richiesta di terra da parte dei contadini nullatenenti del Mezzogiorno -cui erano seguite le occupazioni abusive dei terreni dei ricchi proprietari nobili e borghesi - l'esercito delle "camicie rosse" e subito dopo quello piemontese avevano risposto con le fucilazioni in massa e gli incendi dei villaggi, politica proseguita dal governo italiano dopo l'unificazione. Ciò spinse centinaia di contadini e braccianti compromessi ad unirsi alle bande di briganti già esistenti sul territorio [...]
La base delle bande brigantesche fu nei boschi sulle montagne dell'Appennino meridionale, tra le quali si dislocavano gli isolati comuni del Mezzogiorno. Ma per quanto costituite e comandate da uomini ostinati, abituati agli stenti e alla fatica, tali bande non avrebbero resistito a lungo contro un esercito regolare, disciplinato e meglio equipaggiato, se non avessero potuto contare su centinaia di manutengoli pronti a fornire tutto ciò di cui avevano bisogno - viveri, vestiti, armi, ricovero- e che difficilmente avrebbero potuto procurarsi senza aiuto, con le forze dell'ordine a dar loro incessantemente la caccia. Una parte cospicua di manutengoli era costituita da donne, energiche e caparbie contadine che spesso si rivelarono più utili degli uomini, in quanto l'appartenenza al "gentil sesso" le rendeva meno sospette agli occhi di soldati e autorità. Inoltre, molte di queste contadine decisero, per diverse ragioni, di unirsi alle bande comevere e proprie brigantesse, mostrando di possedere capacità guerriere del tutto simili a quelle degli uomini. Il brigantaggio offrì loro la possibilità di riscrivere la propria vita, passando da una situazione di passività e subalternità, cui erano condannate dall'appartenenza agli strati più umili della popolazione e soprattutto al sesso femminile, ad una situazione di attivismo e protagonismo in quanto vere e proprie guerriere. Sconfitto il brigantaggio, tuttavia, l'immagine inquietante di brigantesse feroci fu progressivamente riassorbita in quella tranquillizzante di vittime di guerra, indotte dalla brutalità dei briganti a compiere azioni/violente, contrarie alla natura femminile. In effetti, una volta terminata la loro  "avventura", per evitare le pene più severe, furono le stesse brigantesse a rientrare in questo stereotipo sostenendo davanti ai giudici di essere state rapite e costrette con la forza ad unirsi alle bande. I magistrati, d'altro canto, accolsero la tesi senza riserve dal momento che contribuiva a cancellare una realtà scomoda, quella di contadine guerriere, armate e dotate di potere.

(da: Introduzione, p. 9-10)

 

 Brigantesse

Brigantesse
foto da: http://www.pontelandolfonews.com/

_________

Collegamenti

_________

cop.brigan
Vai alla ricerca