Perché mi curo te. Il lavoro di cura tra affetti e valori
Il lavoro di cura, considerato per molto tempo prerogativa delle donne e del loro presunto istinto materno, è un'esperienza, professionale o di volontariato, in cui sempre più si misurano competenze maschili e femminili, e che sembra attirare un numero sempre maggiore di uomini. Alla cura tradizionale, quella in cui sono impegnate professioni infermieristiche, sociali, educative e psicologiche, si aggiungono oggi forme di "cura" nuove, come quelle espresse dalle cosiddette "badanti", dalle mediatrici/mediatori culturali, dai volontari del servizio civile e dalla cura della comunità stessa. Il lavoro di cura pone questioni centrali intorno alle specifiche esigenze e competenze cognitivo-emotive, tra l'essere e il fare, tipiche dell'essere umano nel prendersi cura, di sé, degli altri e del mondo che ci ospita. Identità, Alterità e Convivenza, dimensioni costitutive dell'operare in un contesto sociale con l'obiettivo del curare e prendersi cura, chiamano così in causa affetti e valori: questo libro, alla sua seconda edizione ampliata ed aggiornata, assume l'etica quale orizzonte di senso e di valore dell'affettività, elemento vitale dell'esperienza umana. Un gruppo di psicologhe, unite dalla condivisione circa il valore universale del dedicarsi, per se stessi e per gli altri, a ciò che è più squisitamente umano, ripercorrono esperienze professionali e di ricerca.
Clara Cappello, psicologo-psicoterapeuta, professore ordinario di Psicologia dinamica all'Università di Torino, si è occupata di ricerca e formazione nell'ambito delle professioni di cura. Ha pubblicato contributi per una formazione al colloquio psicologico come Testi, contesti, pretesti. Per una formazione al colloquio (UTET, 1995) e Dal colloquio al testo. La scrittura come risorsa formativa. Ricerca e formazione (UTET, 1999). Presso Rosenberg & Sellier è la curatrice di Canti d'amore. Varazioni sul tema della scrittura poetica (2005).
Maria Teresa Fenoglio, psicologa, vive e lavora a Torino. Impegnata nell'ambito della Psicologia di Comunità e dell'Emergenza, sia come professionista che nel volontariato, è presente nell'associazione Choros, voci & luoghi della comunità e di Psicologi per i popoli - Torino. Ultima sua pubblicazione Psicologi di frontiera. La storia e le storie della Psicologia dell'Emergenza in Italia, Trento, 2004.
(dalla quarta di copertina)
Duccio di Buoninsegna, Le tre Marie al Sepolcro (particolare), 1308-11
Siena, Museo dell'Opera del Duomo
Le energie richieste dal lavoro sono di così grande entità da indurre coloro che lo praticano a domandarsi, spesso più volte nel corso della vita lavorativa. «Ma perché lo faccio? Perché mi occupo degli altri?».
Eppure, se ci fermiamo a guardare i bambini impegnati a giocare, o se li invitiamo a prefigurare la loro professione da grandi, ci troviamo spesso di fronte a scene o fantasie incentrate sul soccorso, l'aiuto e la cura: il gioco a mamma-papà-bambino, il dottore e il malato, il medico e l'infermiera. Questi giochi e queste fantasie mobilitano nei bambini emozioni e speranze.
Essi amano rappresentarsi in ruoli di adulti prestigiosi e potenti, di genitori forti e buoni che rispondono con animo pronto e soddisfatto ai bisogni altrui. Molti operatori sociali hanno ricordi simili e pensano di aver gettato in quei momenti il primo seme della loro scelta successiva di un lavoro a favore degli altri.
Di coloro che lavorano nell'assistenza e nella cura, sia come professioniste che come volontarie, la maggioranza sono donne: il lavoro femminile sembra avere la peculiarità di mantenersi più strettamente a contatto con il nucleo affettivo e fantastico proprio del lavoro per gli altri. La figura di genitore buono, evocata prima nei giochi dell'infanzia e poi nel ruolo professionale, è dunque la figura materna? La genitorialità, e in particolare la maternità, sono da considerare il prototipo del lavoro di cura?
E, in una prospettiva psicologica, tra il lavoro per gli altri e l'essere femminile di chi lo esercita c'è una omologia naturale?
La donna, inoltre, come ha spesso sottolineato il pensiero femminista, è vittima di un destino sfavorevole?
Il tema delle motivazioni al lavoro di cura ripropone quello molto più generale della capacità della donna di dare e di prendere per se stessa, di conciliare bisogni personali e «oblatività» professionale.
(da: Premessa, p. 7-8)
Dall'indice: Premessa di Clara Capello e Maria Teresa Fenoglio; Femminilità e lavoro di cura di Clara Capello; Il lavoro di cura tra maschile e femminile di Anna Oliviero; Assistenti sociali, infermiere, ostetriche ed educatrici: immagini del sé e rappresentazione del lavoro di Clara Capello; La cura alla nascita: il mestiere di ostetrica di Maria Teresa Fenoglio; Assistere o educare? Le operatrici di asilo nido di Clara Capello; «Badare» o prendersi cura? Donne immigrate nella assistenza domiciliare ad anziani di Roberta Miceli; Identità culturale e lavoro di mediazione di Francesca Manzo; Bisogno e cura della comunità di Maria Teresa Fenoglio; Dalle esperienze sul campo alla clinica di comunità di Maria Teresa Fenoglio; Cercar pensieri sulla cura, tra affetti e valori di Clara Cappello; Bibliografia
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Collegamenti
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