Come per lucido specchio. Libro dei meriti di vita

Gruppo 2013-2014
Autore Ildegarda di Bingen; a cura di Luisa Ghirindelli
Editore Mimesis, Milano
Anno 1998
Data inserimento 12/03/2014

Il Liber de vitae meritorum è, con lo Scivias e il Librer divinorum operum, uno dei tre testi principali di teologia mistica di Ildegarda di Bingen. Più che un'etica cristiana medievale, è una narrazione visionaria di forte intensità morale, ancor oggi di estrema attualità. Affrontando il tema del rapporto tra macrocosmo e microcosmo, il testo giunge a definire con profondità la relazione che esiste tra l'uomo e un Dio che ha voluto farsi uomo egli stesso. Dal conflitto tra vizi e virtù (i cosiddetti "meriti di vita") scaturisce l'osservazione della meravigliosa armonia tra progetto divino e libera volontà umana. Ildegarda, - che da di sé la definizione di "creatura semplice" - riferisce la propria personale esperienza mistica che si traduce in una grandiosa visione cosmica al centro della quale sta, appunto, l'Uomo. Innanzi a lui si svolge il confronto tra vizi e virtù, tra i quali è necessaria ogni giorno una scelta: se questa sarà eticamente errata e sarà improntata al vizio, nell'aldilà purgatoriale l'anima incorrerà in una serie di punizioni. L'autrice si sofferma anche su questo aspetto, sottolineando come l'uomo debba in vita cercare di allontanarsi dal vizio ed emendarsi dei propri peccati, per accedere così, dopo la morte, alla vita "tutta di gioia" con la descrizione della quale il testo si conclude.

Luisa Ghiringhelli, curatrice dell'opera, è laureata in Lettere classiche, vive e lavora a Milano. In collaborazione con il Centro Studi St. Ildegarda, ha prodotto vari studi e lezioni sull'opera della santa medievale, e sta curando il progetto della traduzione dell'Opera omnia di Ildegarda, di cui il presente volume vuol essere l'inizio.

(dalla quarta di copertina)

Ignoto del XIX  secolo, Angelo, Napoli, Raccolta Iacoletti

Ignoto del XIX  secolo, Angelo, Napoli, Raccolta Iacoletti
foto da: Il presepe napoletano, a cura di Marisa Piccoli Catello, Napoli, Guida, 1990, p. 214

Strano destino, quello di Ildegarda da Bingen. Donna di eccezionali doti e straordinaria intelligenza, quando già in età matura ricevette dallo Spirito Santo l'ordine di manifestare al mondo le verità apprese tramite visione, acquisì in tempo brevissimo fama immensa tramite le sue opere, le predicazioni tenute personalmente o ripetute nelle più importanti città, la saggezza in virtù della quale fu scelta come consigliera sia dall'uomo comune che dalle somme autorità politiche e religiose.
Strano destino, quello di una monaca così nota ed ammirata da esser venerata come santa quando ancora viveva nel secolo, senza però poi essere - forse - ufficialmente canonizzata dopo la morte. In risposta alla domanda di canonizzazione formulata dal monastero di Ildegarda, infatti, alcuni ecclesiastici di Magonza nel 1233 ricevettero dal Papa l'incarico di esaminare la documentazione relativa agli scritti ed alle opere della profetessa; una decina di anni più tardi però la curia romana sentì l'esigenza di una ricerca più approfondita ed accurata: il clero di Magonza non era stato evidentemente esauriente nelle proprie indagini. Nonostante un successivo ulteriore sollecito, il lavoro procedette a rilento ed a poco a poco finì per essere definitivamente accantonato, motivo per cui il processo di canonizzazione non ebbe mai effettivamente corso. Sono dunque la tradizione popolare ed il culto già diffuso dal XIII secolo a decretare il titolo di santa alla famosa monaca di Bingen: il giorno della sua morte fu infatti celebrato come festa di Santa Ildegarda (17 Settembre) ed il suo nome fu comunque iscritto nel Martyrologium Romanum.
Strano destino: per troppo tempo analizzata dagli storici della filosofia solo in modo superficiale e comunque sospettoso nei confronti della forma espositiva scelta (le sue idee, giudicate "visioni" non venivano analizzate nelle loro linee concettuali, ma assimilate per lo più alla corrente della mistica femminile), ha potuto trovare solo grazie agli studi più recenti il giusto riconoscimento della sostanza filosofica dei suoi scritti.[…]
Tra i quindici ed i diciassette anni, la giovane monaca ricevette la consecratio virginum prendendo il velo dalle mani del vescovo Ottone di Bamberg; nel 1136, alla morte della sua maestra Giuditta di Spanheim, venne eletta a capo della piccola comunità. In tutto quel lungo periodo, non aveva mai smesso di avere visioni: Giuditta stessa si era accorta della sofferenza della sua protetta ed aveva probabilmente cercato di confortarla. Le visioni continuarono dopo la morte dell'amata maestra, fino a che, apprendiamo dall'introduzione di Scivias e dalla Vita, giunta a quarantadue anni fu costretta dall'ispirazione divina, pena terribili sofferenze, a rivelare ciò che aveva visto ed udito. Tra 1141 e 1151 va dunque collocata la stesura della prima opera di carattere mistico-allegorico Scivias, che Ildegarda affrontò assistita dal monaco Volmar, suo maestro ed in seguito segretario, e dalla giovane monaca Riccarda di Stade. E tra 1147 e 1148, durante il sinodo di Treviri, Papa Eugenio III autorizzò la monaca a portare avanti nei suoi scritti il compito profetico a lei affidato.
In quegli anni la congregazione crebbe: le consorelle aumentarono di numero via via che il monastero si guadagnava una certa notorietà, ed assicurarono una crescente agiatezza economica al convento S. Disibodo: genitori e parenti donavano volentieri proprietà alle loro protette. Fu così che si venne a creare la necessità di spazi maggiori ed Ildegarda durante una visione ricevette l'ordine di trasferire la comunità e fondare un monastero proprio: questa decisione suscitò parecchio malcontento tra i monaci, che temevano una perdita di prestigio a seguito del distacco della congregazione femminile, e comprendevano chiaramente che la cosa avrebbe comportato negative conseguenze economiche. La "voce dal cielo" vietò di continuare la scrittura di Scivias a Disibodenberg: anche grazie all'intervento dell'arcivescovo di Magonza, superate le resistenze, Ildegarda riuscì nel proprio intento e la comunità si trasferì tra 1148 e 1152 a Rupertsberg presso Bingen, alla confluenza dei fiumi Nahe e Reno. Gli inizi della nuova vita furono molto duri e difficili per le consorelle: ceduti ai monaci i poderi del monastero di Disibodenberg, la comunità di Rupertsberg dovette contare esclusivamente sulle proprie forze, vedendo nascere contrasti anche al proprio interno. Solo dopo tante dolorose tribolazioni Dio riversò la sua grazia sulle monache, che poterono assicurare la loro esistenza anche grazie ad una serie di generosi donativi da parte di nobili locali. Gli anni seguenti segnarono per Ildegarda uno studio approfondito di nuovi temi: in particolare si dedicò all'ambito scientifico-medico intensificando la sua osservazione della natura (Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum), e all'ambito della musica sacra (Symphonia harmoniae caelestium revelationum).
Col trascorrere degli anni l'energia di Ildegarda non risultava sminuita dal suo impegno di guida spirituale e pastorale: a 67 anni compiuti, infatti, affrontò la fatica della fondazione di un secondo convento ad Eibingen sopra Rudesheim, ed in questo decennio vanno pure collocati numerosi viaggi ed attività di predicazione lungo il territorio del Meno, della Mosella, del Reno che misero la santa in contatto con diversi altri conventi. L'eccezionalità di questa impresa risulta evidente: in primo luogo Ildegarda, preposta ad un convento di benedettine di clausura, scelse di lasciare il monastero per arrivare addirittura a predicare pubblicamente a Colonia, Treviri, Metz, Wurzburg, Bamberg; e lo fece in età avanzata, malgrado le precarie condizioni di salute. Il periodo fu inoltre per lei fecondo di opere impegnative ed interessanti: il Liber Vitae Meritorum fu scritto in quegli anni (1158-1163), e parte del ricco scambio epistolare (alcune centinaia di lettere) con conventi e personalità del tempo ebbe luogo proprio allora. Ancora in quel decennio va collocata la stesura della terza grande opera teologica, il Liber Divinorum Operum (iniziato nel 1163). Nel 1171 circa si può collocare l'ultimo viaggio di predicazione nella Svevia.
Anche gli ultimi anni della sua vita furono irti di difficoltà. Nel 1173 dovette subire la grave perdita di Volmar, prevosto del convento e fedele segretario che l'aveva seguita nella stesura delle sue opere; molto tempo dovette passare prima che il prescelto successore, il monaco Goffredo di Disibodenberg, fosse autorizzato a raggiungere la comunità di Rupertsberg; a lui successe nel 1177 Guiberto di Gembloux. Proprio nel periodo finale della sua vita, Ildegarda dovette sperimentare un profondo e doloroso contrasto con la chiesa episcopale di Magonza, avendo accolto sul suolo consacrato del cimitero dell'abbazia di Rupertsberg le spoglie mortali di un nobile, scomunicato. Pur avendo il giovane in fin di vita ricevuto il sacramento della confessione, l'assoluzione e l'estrema unzione, un annullamento ufficiale della scomunica non era mai arrivato: fu così che l'episcopato di Magonza ordinò a Ildegarda di far disseppellire il morto perché fosse collocato in terra non consacrata. La santa, obbedendo a quanto le suggeriva la coscienza e le ingiungeva la visione, rifiutò categoricamente di accondiscendere: la disobbedienza a questa in­giunzione costò al monastero l'interdetto, ovvero il veto di pubblica celebrazione dei riti; Ildegarda dovette recarsi a Magonza ad implorare giustizia, portando con sé uno scritto che la visione le aveva ispirato, ma a nulla valsero le sue suppliche. La questione sembrò risolversi in un primo tempo grazie all'intervento dell'arcivescovo di Magonza, che si trovava a Roma, ma si chiuse definitivamente solo nella seconda metà del 1179.
Della letizia del suono dei canti di lode e delle campane Ildegarda poté però godere solo per poche settimane: stremata fisicamente dalle ultime fatiche affrontate, si spense il 17 settembre 1179. 

(da: Introduzione, p. 7, 9-11)

Affresco del XVIII secolo, Roma, Cappella del Rosario, S. Clemente

Affresco del XVIII secolo, Roma, Cappella del Rosario, S. Clemente
foto da: Cristina Bertoldi Geissler, Roma degli Angeli, Roma, Logart Press 2000, p. 48

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