L’Africa in soccorso dell’Occidente

Gruppo 2016
Autore Anne-Cécile Robert
Editore EMI, Bologna
Anno 2006
Data inserimento 01/07/2016


E se fosse l’Occidente, e non l’Africa, ad avere bisogno di aiuto? E se toccasse al continente africano venire in soccorso dell’Occidente? Questo libro, consapevolmente provocatorio, propone di ribaltare radicalmente lo sguardo sul nostro mondo. Mentre il capitalismo globalizzato sta saccheggiando il Pianeta, l’Africa potrebbe, facendo leva sul suo patrimonio culturale, apportare una visione più armoniosa e più equilibrata del rapporto tra gli esseri umani e la natura. Senza idealizzare un’Africa mitica né negare la drammatica situazione nella quale versa il continente nero, questo saggio suggerisce che il preteso «ritardo» dell’Africa non sarebbe che l’espressione di una formidabile resistenza culturale a un modello economico devastante. Invita inoltre, spostando lo sguardo sull’Africa, a una critica radicale del nostro modello di vita e dei valori della mondializzazione liberale.

Anne-Cécile Robert è giornalista di «Le Monde Diplomatique» e professore associato all’Istituto di studi europei dell’Università di Parigi 8. Fa parte del Comitato scientifico di ATTAC France (movimento internazionale per il controllo democratico dei mercati finanziari e delle loro istituzioni). Autrice di numerosi saggi a carattere sociopolitico, è coautrice, insieme ad André Bellon, di Un totalitarisme tranquille. La démocratie confisquée (2001) e di Le peuple inattendu (2003), entrambi pubblicati dalle Editions Syllepse di Parigi.

(dalla quarta di copertina)

La condizione delle donne in Africa

foto da: La condizione delle donne in Africa e le prospettive di emancipazione

L’Africa in soccorso dell'Occidente risuona come un grido che non lascia indifferente il lettore.
La complessità della relazione Africa-Occidente ha assunto le dimensioni di un mostro, rinchiuso nelle profondità della terra: egli mangia, beve, divora tutto ciò che gli passa a tiro e cresce tanto da perdere le proprie forze. Si ritrova così prigioniero della sua stessa trappola.
Le utopie contraddittorie hanno raggiunto un culmine che ci riporta in una situazione diffusa di paura del domani. E fin dall’inizio Anne-Cécile colloca l’Africa al posto d’onore: "L’Africa esprime valori e mentalità ‘altri’ che potrebbero rendere un servizio a un mondo sull’orlo del baratro. La battaglia per la diversità culturale - di cui il continente nero costituisce uno dei simboli più forti - rappresenta infatti in realtà una battaglia per la sopravvivenza dell’intera umanità". Questa affermazione suscita in un africano un sentimento di fierezza. Ma subito, però, emerge la domanda: come potrà l’Africa salvare l'Occidente da questo baratro?
Infatti, l’Africa è plurale nella sua diversità culturale - elemento fondamentale per la sua sopravvivenza - e sviluppa una sorta di inattesa resistenza di fronte al mostro insaziabile. Eppure, per quanto possa apparire paradossale, essa ha sviluppato negli ultimi cinque secoli soprattutto la politica della “mano tesa”.
Proprio per dire “no” a questa avvilente mendacità, Thomas Sankara ha fatto del potenziale umano il suo credo. Diceva: “Il solo modo di vivere liberi è di vivere da africani. Costruire basandoci sulle nostre forze, quelle degli uomini e delle donne del continente”. Intendeva la forza fisica, morale, intellettuale, ma anche le ricchezze immagazzinate nelle viscere della terra africana, e che purtroppo sono la causa del suo disastro.
Questa volontà politica di emancipare gli uomini e le donne del suo paese, il Burkina Faso, consisteva non solo nel credere nel loro valore intrinseco di esseri umani, ma anche - e soprattutto - nel liberarli dal giogo di cinque secoli di storia, aprendo la strada alla libertà di pensiero e di azione, per trovare insieme il modello di sviluppo, forgiando gli attrezzi necessari alla sua realizzazione, e per non sprofondare nella fatalità. Quella fatalità teorizzata e affermata dagli afro-pessimisti, che sostengono che l’Africa sia un continente maledetto.
Il continente potrebbe allora inventare le proprie soluzioni ai mali che lo divorano”, riassume Anne-Cécile. Mali peraltro apprezzati dai media occidentali e ben radicati nella coscienza collettiva, che fanno dell’Africa un sinonimo di guerra, malattia, fame, miseria. Tutti fattori che permettono di giustificare la presenza degli stranieri: “Il sistema dell’aiuto può perpetuare una logica di dipendenza alimentata dal pietismo ipocrita”.
Emancipare i propri connazionali, basandosi sui valori tradizionali: “un rapporto diverso fra l’individuo e la collettività, una resistenza all’accumulo di ricchezze, un inserimento pacifico nell'ambiente... Essi lasciano intravedere che l’evoluzione del mondo potrebbe avere luogo in un altro modo, più equilibrato, più modesto, meno predatore, più previdente”.
Questi valori, Thomas Sankara e i suoi precursori, Kwamé N'krumah, Patrice Lumumba e altri, li hanno fatti propri. E Sankara lo diceva spesso: “Per essere esigenti con il popolo, occorre esserlo nei confronti del suo primo responsabile”. Ciò richiede sacrificio quotidiano e disinteresse. Quanti sono pronti a questo?
Mi pare che questo aspetto dell’accumulo di ricchezze sia lo spartiacque, il punto nevralgico del male che rode la società occidentale, ma anche il potere politico in Africa, trascinando con sé una certa élite, con il suo corollario di corruzione e nepotismo. Una cancrena strutturale della giovane democrazia africana.
Il conflitto di valori è reale. Il modello occidentale dominante come unico esempio di sviluppo trascina il continente in una folle corsa. Invece, nei meandri del pensiero tradizionale africano, il valore del “chi sono io” non si seziona in attributi materiali, ma trova piuttosto risposta nelle profondità della spiritualità, per quanto metafisica, da cui si sprigionano le virtù di un benessere sociale. L’avere diviene oggi il solo valore e l’avidità materiale la sola misura. […]
C’è molto da fare per salvare la barca dell’Occidente che va alla deriva! Ma l’Africa ne ha oggi la capacità e la forza, tenendo conto dei suoi mali? È qui che la nostra fierezza di africani ci provoca un nodo alla gola. Secondo Anne-Cécile “é sul piano spirituale e in termini di civiltà che essa potrebbe svolgere un ruolo realmente alla sua altezza”. Certo, ma l’Africa è alla ricerca di se stessa, perché dismette i propri valori a vantaggio di altri, virtuali, dettati dal modello occidentale che si impone con fragore. La saggezza africana, sorgente inestinguibile di insegnamenti, non è purtroppo la più condivisa dai governanti africani. E Aminata l’afferma: “Noi vi imitiamo globalizzandoci, e a volte camuffandoci”.
Il nuovo ordine mondiale guidato dal capitalismo è colpito da una malattia grave: l’autismo, che impedisce alla sua vittima di dialogare, di usare semplicemente la parola. E il saggio Hampaté-Bà ce lo sussurra: “La parola impegna l’uomo. La parola è l’uomo”. Sì, è questa parola il veicolo di trasmissione dei valori e del dialogo sociale. In queste circostanze, come si può essere in ascolto di un continente i cui valori provengono da una cultura che sfiora l’irrazionale e dove, d’altro canto, la macchina tende a sostituire l’uomo? In che modo i miti, i simboli, i segni, le leggende, i proverbi possono contribuire a ridefinire un nuovo dialogo, in cui l’Africa potrebbe suonare davvero il suo spartito? “Ma non potrà accadere nulla di giusto, per il mondo e per l’Africa, se non si rispetta il principio di uguaglianza e di rispetto reciproco”. Questa frase mi sembra sintomatica del senso di ineguaglianza e di ingiustizia nella relazione Africa-Occidente. [...]
Parliamo allora delle donne, dal momento che sono loro a tenere insieme con cura il tessuto associativo. Le donne hanno saputo creare dinamismo attraverso una forma di organizzazione sociale fondata sul modello tradizionale, da cui trae lo spirito di condivisione, di aiuto reciproco, di solidarietà. Si possono citare come esempio le fontine, attraverso le quali esse hanno creato piccole economie indipendenti. In Mali, Burkina, Senegal, Benin, Togo, e molti altri paesi, una famiglia su due ne beneficia.
Queste forme di organizzazione consentono una ristrutturazione del tessuto sociale, con un’attenzione particolare all’ambiente, alla salute dei bambini, all’educazione. Favoriscono la presa di coscienza di tutta la popolazione su alcune questioni. In Burkina e in Mali, gruppi di donne hanno affrontato il problema dell’inquinamento dovuto alla discarica incontrollata di rifiuti domestici, in particolare i sacchetti di plastica. Esse ripuliscono i quartieri e riciclano i sacchetti, che altrimenti sarebbero dannosi per l’ecosistema; ne ricavano graziosi oggetti di decorazione e di uso comune - borse, cappelli, scarpe - che rivendono poi ai turisti. Infatti, “Il riciclaggio dei rifiuti della società capitalistica è una fonte essenziale di reddito”.
Nel campo dell’arte, si possono citare a questo proposito alcuni grandi artisti africani contemporanei che utilizzano materiali di recupero, come i beninesi Calixte Dapkogan e Romouald Hazoumé. In molti hanno potuto ammirare le “maschere-bidone” di Romouald al Beaubourg di Parigi, nell’ambito della mostra “Africa-remix”, nell’estate 2005; un’opera gigantesca. Queste maschere fissavano con sguardo ilare, quasi indifferente, a volte interrogativo, i visitatori occidentali. “La cultura diviene allora un veicolo di resistenza alla globalizzazione liberista e alla predazione capitalistica”. Si potrebbe sostituire “cultura” con “arte”.
In Africa, l’arte, in tutte le sue forme, è sorgente di dinamismo e veicolo di trasmissione di valori. L’arte come progetto di edificazione delle coscienze; come mezzo d’espressione e di resistenza alla perdita della cultura tradizionale; come industria culturale. Tutti questi attributi sono appropriati di fronte all’investimento dei giovani in un settore che spesso non da di che vivere.
L’Africa in soccorso dell’Occidente? Se è così, occorre che essa prenda il fiato, si attrezzi di tutto punto, perché altrimenti rischia di soffocare, se non addirittura di annegare, in questo salvataggio.

(da: Presentazione all’edizione italiana di Odile Sankara*, p. 7-13)

*Odile Sankara è artista di teatro e di cinema, nata nel 1964, anno dell’indipendenza del suo paese, il Burkina Faso, e sorella del presidente Thomas Sankara, ucciso il 15 ottobre 1987.

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