Sotto la giacaranda in fiore. Racconti, fantasie e ricordi dal Cilento

Gruppo 2016
Autore Luisa Cavaliere
Editore Liguori, Napoli
Anno 2014
Data inserimento 01/07/2016

Giacaranda, l’albero azzurro e la maison de charme, facebook con il suo presente immateriale e il racconto intenso di emozioni di ieri e di oggi, dell’infanzia e delle sue storie, della giovinezza che abita lontana, del femminismo.
Un memoir scritto dal Cilento e che del Cilento, della sua struggente bellezza e del suo “sviluppo” presago di un debole domani, narra come di una terra segnata da antiche abitudini custodi di vita e benessere.
Racconti, pensieri brevi descrivono, in una sequenza che ha l’incedere incerto della memoria, gli anni ‘50 avidi di futuro e i ‘60, belli come quasi sempre nel ricordo, è l’età dei primi sogni adulti. Profili tenui di donne, cristalliere, bambole, fotografie, giochi e presagi, paure e dolori, tristezza e allegria, amicizia e amore. Una scrittura rigorosa, quasi scarna, usata come balsamo, che evoca ed occulta, svela e nasconde, le insensate ragioni dell'esistere.
Cilento, un nome che indica una storia millenaria e il suo stare al di qua dell’Alento, uno dei suoi tanti fiumi. Estremo sud della estesissima provincia di Salerno, da Paestum a Castellabate, Velia, Roscigno, San Severino di Centola, le grotte sul mare di Palinuro. Stili di vita celebrati per la longevità che assicurano agli abitanti. Dal 1991, insieme al contiguo e assai differente Vallo di Diano, è stato dichiarato Parco Nazionale per le preziose testimonianze di una flora e di una fauna rare e intatte. 

Luisa Cavaliere vive a Castellabate nel Cilento dove, tra le diverse attività, dirige il Lyceo Mediterraneo, una scuola di cultura materiale che ospita appassionate ed appassionanti gourmet. Ha scritto per Liguori Anticorpi. Dialoghi con Emma Dante e Rosella Pastorino (Napoli, 2010) e con Lia Cigarini C’è una bella differenza, edizioni et al. (Milano, 2013).

Libera ergo sum, Incontro nazionale del femminismo, Paestum, 4-6 ottobre 2013

Libera ergo sum, Incontro nazionale del femminismo, Paestum, 4-6 ottobre 2013

Mi accorgo di aver usato la memoria, il suo ritmo disordinato e improvviso, le sue luci e le sue ombre, per il piacere sottile di allestire la scenografia e di ricostruire la sceneggiatura del mio teatro interno, giocando con le mille storie, adulte e bambine che mi hanno abitato la vita e che, secondo un ritmo misterioso, segnano intatte il presente. Ho raccontato di quando, creatura piccola piena di ricci e senza capricci, attraversavo case e giardini incantati colorati da rose e rosmarino e giocavo instancabile in un tempo senza i giorni e le ore, fatto solo di albe e tramonti. Ho narrato di quando vestivo bambole di pezza, guardavo stupita il mare e le onde che mi inseguivano fino a spegnersi sulla sabbia. Ho riascoltato curiosa le voci delle signore che popolavano la vita di mia madre, e dei signori che, dismesse le armature della guerra fascista appena finita, si avviavano a mestieri di pace. E di quando, adolescente impietosa e severa, costruivo sulle fragilità il mio futuro di donna di mezzo: immersa per metà negli anni ‘50 del secolo scorso con i riti imposti da vecchie abitudini, rigorosi risparmi, povertà e bellezza, e per metà in una modernità inquieta e ottimista, che sfidava il futuro. […]
Su questa scena allestita tutti i giorni “ha chiesto la parola” un meraviglioso albero che “scoppia di fiori come di risate”, (Wislawa Szymborska), la giacaranda. Si è disposto sullo sfondo insieme al Cilento, e al mare, alle stradine di pietra, al profilo di Castellabate, agli ulivi dietro casa, al concerto monotono delle cicale ed è diventato paesaggio, parole, regali, sentimenti e risentimenti, volti e storie. Sotto quell’albero, le minuscole cartoline quotidiane che inviavo a Fb descrivevano il farsi di un’impresa che è ancora tante cose insieme, luogo pieno di ricordi e di presente. Sotto quell’albero azzurro, come il cielo che invano tenta di coprire, ho ripensato me stessa, i legami affettivi, il rapporto con la natura, il passato più prossimo, il femminismo. In quello spazio quasi separato, ho nominato e guardato quell’insidiosa sensazione che non mi fa guardare allo specchio per non dovermi accorgere, come accade a Macabèa di Clarice Lispector, che lo specchio non riflette alcuna immagine. Sotto l’ombra di quei rami, che d’inverno sembrano solo linee incerte piene di inesplorate possibilità di fiori, ho incontrato me stessa senza perdermi nella ricerca di alibi che di niente danno ragione e niente consolano. Ho trovato le parole per rinominare il mondo senza più il lusso della tristezza ma con quello grande e semplice di vivere.
E Giacaranda è il racconto di un pezzo della mia vita, degli incontri che l’hanno segnata, del passato e del presente che in un gioco di reciproci rimandi appaiono legati e inseparabili.

(da: Introduzione, p. 2-5)

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