Mujeres. Donne colombiane tra politica e spiritualità

Gruppo 2016
Autore Bruna Peyrot
Editore Città aperta, Troina (EN)
Anno 2002
Data inserimento 01/07/2016

Il libro raccoglie la storia delle fondatrici dell'Escuela, un importante centro di formazione per dirigenti sindacali donne operante all’interno della CUT (Central unitaria de los trabajadores), il più grande sindacato colombiano. Le vite di queste donne sono strettamente intrecciate alle complesse vicende della Colombia, un paese ancora travagliato da una lunga guerra interna fra gruppi guerriglieri, narcotrafficanti, paramilitari ed esercito regolare. I loro racconti narrano genealogie familiari portatrici di memorie secolari e paesaggi umani e naturali che riflettono le dimensioni di una terra in cui la vita quotidiana si compone di tante polarità: violenza e pacifismo, magia e politica, ateismo e religiosità. I loro percorsi sono stati quelli di donne «forti» in una società senza uomini perché assenti: morti, emigrati, clandestini o machisti.
Il racconto-reportage comprende cinque parti. La prima ci parla delle «Colombie possibili», fra le quali la più difficile da costruire è quella pacifica, fondata sul dialogo e sullo stato di diritto. La seconda riporta le storie di vita delle sindacaliste incontrate dall’autrice rivelando il loro profondo radicamento nella storia politica colombiana. La terza e la quarta parte sono invece dedicate all’approfondimento delle identità delle sindacaliste nel difficile passaggio dalla violenza alla non violenza, nodo centrale della militanza di gran parte della sinistra latinoamericana. L’ultima parte, infine, attraverso la descrizione dei procedimenti pedagogici attuati nell’Escuela evidenzia la necessità di rendere pratica attiva il valore della democrazia, contenuto e metodo allo stesso tempo delle possibili convivenze umane.

Bruna Peyrot vive e lavora a Torino. Studiosa di storia sociale e pubblicista, conduce da anni ricerche sull’identità e la memoria nelle culture alpine, in particolare quella valdese. Collaboratrice di periodici e riviste, vincitrice di premi letterari, ha pubblicato fra gli altri, La roccia dove Dio chiama. Viaggio nella memoria valdese fra oralità e scrittura (Forni, 1990); Vite discrete. Corpi e immagini di donne valdesi (Rosenberg & Sellier, 1993); Storia di una curatrice d’anime (Giunti, 1995); Prigioniere della torre. Dall’assolutismo alla tolleranza nel Settecento francese (Giunti, 1997); Dalla Scrittura alle scritture (Rosenberg & Sellier, 1998); Una donna nomade: Miriam Castiglione una protestante in Puglia (Edizioni Lavoro, 2000).

(dalla quarta di copertina)

Manifestazione della Ruta Pacifica de las Mujeres
Manifestazione della Ruta Pacifica de las Mujeres

Avevo già conosciuto le donne, sindacaliste ostinate e coraggiose, di cui andavo a raccogliere le storie di vita dai racconti di chi, in Italia, sosteneva i loro progetti. Marta, Maria Luisa, Patricia, Rebeca e tante altre, mi erano state descritte in modo così preciso che la memoria le aveva archiviate come incontri davvero avvenuti. Mi ricevettero con semplicità e rigore, fluendo fra discussioni politiche, profumi di coriandolo e piatti di sancocho, una minestra di verdure con pesce, carne e pollo.
Non entravo in un paese qualsiasi, ma in Colombia, una terra dove il pensiero «tende a farsi sangue», dove il primo scontro culturale è con i nostri stereotipi da un lato e con la storia europea che ci portiamo dentro dall’altro.
L’Europa è una parola pesante per l’America latina, carica di significati ambivalenti, tesi fra la riconosciuta radice culturale e l’immagine perenne della colonizzazione. Un doppio filo storico mai spezzato lega questi due continenti che, per comprendersi e sciogliere il loro legame verso nuove autonomie, devono specchiarsi. L’America latina e l’Europa non esprimono realtà omogenee. […]
In questo contesto, una donna rappresentò «il primo esempio, e quindi il simbolo, dell’ibridazione delle culture», diventando un personaggio chiave per la conquista del Messico. Il suo essere stata chiamata con più nomi la collocò dentro appartenenze culturali diverse eppur intrecciate, restituendole la tipica personalità sfuggente di chi vive sulle frontiere degli incontri: Malintzin per gli indiani, Dona Marina per gli spagnoli, comunemente chiamata da tutti Malinche. Offerta in dono agli spagnoli, diventò interprete di Cortés. Poiché conosceva la lingua nahuatl degli aztechi, la lingua dei maya, ai quali era stata venduta come schiava, e imparò subito lo spagnolo, dimostrando grande versatilità nell’apprendimento di altri idiomi, fu la prima a tradurre i comportamenti indigeni a Cortés, di cui divenne l’amante nel periodo della conquista di Città del Messico. […]
Raccontare la storia delle donne significa entrare nella parte più complessa della società, nei costumi delle culture, nella difficoltà dei loro percorsi di emancipazione, nelle lotte individuali e collettive per il loro riconoscimento, nelle pratiche usate per gestire i momenti liminali dell’esistenza come la nascita e la morte, generalmente affidate alla cura femminile. Significa soprattutto cercare le donne nel silenzio degli archivi, nell’anonimità delle statistiche e nei documenti, considerati irrilevanti, delle scritture familiari. Sono tracce a volte leggere, a volte scolorite, ma esistono. La presenza femminile ha sempre occupato in modo anonimo anche gli spazi pubblici come mercati, lavatoi e strade, i luoghi di lavoro come piantagioni, laboratori artigianali e fabbriche, e spazi della politica. Ciò accadde ovunque e, per certi aspetti, facilita oggi lo scambio interpretativo sulla condizione delle donne che, per comparare i successi della loro emancipazione, si trovano a elaborare gli stessi antagonismi in tutto il mondo: subalternità economiche, dipendenze affettive, mondi sentimentali privilegiati, compiti di trasmissione generazionale e memorie di antichi saperi ignorati. Le donne colombiane, sollecitate come altrove dalle consapevolezze del movimento delle donne, negli ultimi trent’anni hanno indagato la loro storia al femminile. Le tappe della loro ricerca corrispondono a quelle degli studi nordamericani ed europei: il recupero delle madri antiche, le figure importanti dell’emancipazionismo e delle lotte per i diritti civili, il ripensamento dei ruoli maschili e femminili, le vie di accesso al mondo del lavoro, il sapere del corpo e la sessualità, lo studio delle relazioni, lo studio di genere in ogni disciplina, dalle scienze fisiche alle scienze umane.
I percorsi di molte donne colombiane sono simili a quelli delle europee, specie dell’area latina. Un elemento complica tuttavia la situazione. La Colombia è un paese in guerra. La violenza delle armi e la facilità con cui si disprezza la vita entrano nei rapporti quotidiani delle persone, uomini, donne e bambini. Esiste una specificità delle donne nel vivere questa società violenta? Come hanno fatto a fondare la loro identità di genere, circondate da attori di guerra? Come hanno parlato ai figli per insegnare loro la pace, quando davanti agli occhi non potevano che offrire paesaggi di conflitti armati? Come hanno approfondito il loro essere donne in una società organizzata sulla forza maschile? Quali spazi creativi hanno scoperto? Con quali forze riescono ad avanzare nei loro cammini di emancipazione personale e collettiva? Come hanno vinto la paura di procedere nell’incertezza di un futuro difficile? Come hanno attuato la decisa scelta della non violenza? Non sono che alcune delle domande che dirompono nel nostro incontro. Sono anche quelle che sottendono, pur non esplicitandosi quasi mai, i loro ritrovi, come se bastassero pochi sguardi per sentirsi unite in una complicità grave, accettabile solo nel silenzio, sospeso nell’attesa di una pace vera per il proprio paese.

(da: Parte prima Le colombiane - Scrivere l’incontro, p. 9-14)

Maria Rosaria Marinello, Colombia, agosto 2011

Maria Rosaria Marinello, Colombia agosto 2011

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