Io non mordo ve lo giuro. Storie di donne immigrate in Italia

Gruppo 2016
Autore Patrizia Finucci Gallo
Editore Alberto Perdisa, Bologna
Anno 2005
Data inserimento 01/07/2016

Sono trasparenti le donne immigrate. A meno che non abbiano un corpo perfetto e una bellezza accecante, quasi non ti accorgi che esistono. Le donne musulmane, ad esempio, attraversano le strade, entrano ed escono dai negozi senza parlare. Poi si dileguano velocemente. Così impari a non vederle, le guardi come guarderesti un’auto che ti passa accanto, quanto basta per non essere investito. La loro realtà è invece fatta di terrore, di dolore, di nostalgia. Di silenzi infiniti. Ma anche di forza e di volontà di cambiare. Della necessità di trasformarsi. Dell’urgenza di uscire allo scoperto. E gli scritti che sono stati raccolti per realizzare questo libro lo dimostrano.
Tante situazioni diverse, tutte storie vere. Uno spaccato importante, prezioso, per capire che le straniere non mordono, non attaccano, non rubano. Semplicemente vivono. E insieme alle donne adulte, che hanno già una storia forte e una realtà difficile, ci sono i racconti di alcune ragazzine. Giovanissime, ma con esperienze alle spalle molto complicate. Che vogliono credere alla possibilità di oltrepassare il muro dell’indifferenza, un muro di pietra durissima, e vedere all’orizzonte una società che tutti arricchisce, italiani e stranieri.

(dalla quarta di copertina)

foto da:  Cecilia Gentile, Segui le donne. Da Beirut alla Palestina pedalando per la pace, p. 105

foto da: Cecilia Gentile, Segui le donne. Da Beirut alla Palestina pedalando per la pace, p. 105

Uno straniero sarà volta per volta un immigrato, un extracomunitario, un clandestino, un irregolare. Categorie che non si riferiscono mai a qualche autonoma caratteristica del suo essere, ma a ciò che egli non è in relazione alle nostre categorie: non è europeo, non è un nativo, non è un cittadino, non è in regola, non è uno di noi”. Insomma non è. Non ha un presente in Italia e non ha più un presente nemmeno nel luogo dal quale proviene. Tuttavia spesso ha un passato. E nemmeno tanto bello.
Qualcuna di loro ha avuto il coraggio di raccontarlo pubblicamente. Come la nigeriana Safiya Hussaini Tungar Tudu, condannata alla lapidazione per aver procreato fuori dal matrimonio. È stata salvata a un passo dalla morte e nel suo libro racconta: “II mio destino... Impossibile non pensarci. Stava là, al margine dei miei pensieri, come un’ombra malvagia in agguato, pronto a balzare fuori per terrorizzarmi ogni volta che i miei occhi si posavano su una pietra, una delle tante sparse sulla terra polverosa. La pietra mi avrebbe straziata e uccisa. Il mio destino era la lapidazione”.
Stessa sorte per Suad, anche lei incinta senza marito, bruciata viva per punizione. Anche lei scrittrice. Nonostante le ustioni di terzo grado è riuscita a sopravvivere e, con l’aiuto di un’organizzazione umanitaria, si è rifugiata in Europa. Oggi indossa una maschera, perché ha il volto deturpato, e scrive: “Sono una ragazza e una ragazza deve camminare in fretta, con la testa china, come per contare i propri passi. Non deve alzare gli occhi né lasciarli errare a destra o a sinistra perché se il suo sguardo incontra quello di un uomo tutto il popolo la tratta da charmuta”. E ancora Zoya, nata a Kabul, costretta adolescente a portare il burqa. E come lei tante altre che non hanno scritto libri. Ma che portano i segreti dentro il cuore.
Non tutte, per fortuna, scappano a fronte di tragedie. Una parte delle straniere raggiunge ‘'Italia con obiettivi precisi. Con i contatti giusti, recuperati attraverso la rete di solidarietà femminile, e qualche soldo per viaggiare. Non scelgono di partire allo sbando e contano di restare in Italia facendo valere un titolo di studio. [...]
Ecco quindi le storie di queste donne. Attraverso le loro parole, ascoltiamo ciò che hanno da dire, quali sentimenti le scuotono, come vivono la quotidianità nel nostro Paese. Molte di esse hanno scelto la strada dello sfogo, per rappresentare i grandi problemi delle loro connazionali. Come le badanti, trasparenti nelle case degli italiani, o le musulmane piene di nostalgie.

(da: Prefazione, p. X-XII)

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