Resistanbul. La Turchia al bivio tra Gezi Park e l’Islamismo di Erdoğan
«Schiene bruciate dall’acqua urticante sparata dai Toma, braccia rotte da calci e manganellate, occhi sanguinanti, accecati dalle pallottole di gomma. Un pianto sommesso, come quello di un gatto appena nato, che deve convincere se stesso di esistere, urla di rabbia, imprecazioni di terrore e richieste di aiuto. Nella grande e raffinata lobby del Divan hotel, dietro Gezi Park, la sera del 15 giugno ci sono la concitazione e la tensione di un pronto soccorso subito dopo un terremoto».
Nelle prime due settimane di giugno gli occhi di tutto il mondo sono stati puntati sul parco di Gezi, nel centro di Istanbul. Perché una semplice protesta per salvare dal cemento un parco cittadino ha scatenato una reazione di una violenza inaudita da parte dello Stato?
Il racconto emozionante e in presa diretta degli scontri da voce ai protagonisti di quei giorni e spiega le ragioni della protesta e della repressione, facendo emergere un quadro molto complesso ma estremamente affascinante della Turchia di oggi, pericolosamente in bilico tra oscurantismo religioso e censura dell’informazione e la voglia di Europa, tra l’affarismo e la cementificazione e il volto pulito di una vasta classe di giovani istruiti e progressisti.
Roberta Zunini è stata inviata in Italia e all’estero per alcune trasmissioni televisive Rai tra cui Annozero e C’era una volta. Ha iniziato a lavorare come giornalista al «Giornale» sotto la direzione di Indro Montanelli e quindi all’agenzia Ansa. Ha vissuto negli Stati Uniti, dove ha collaborato con testate come «NewYork» e «l’Espresso». Tornata in Italia, ha realizzato reportage dall’Africa e dal Medio Oriente per Current tv. Attualmente lavora per «il Fatto Quotidiano». Vive tra Roma e Gerusalemme.
(dalla quarta di copertina)
foto da: http://www.lettera43.it/
Quando inizia la pioggia di pallottole di gomma, il rumore non si sente. È coperto dal coro del Va, pensiero che proviene dalla zona dove sono piantate le tende degli artisti e dalle strofe di Bella ciao che un gruppo di “vandali” sta cantando rigorosamente in italiano. Dall’inizio delle proteste l’ho sentita tutti i giorni, cantata e suonata sotto gli alberi del piccolo parco di Gezi, nel cuore di Istanbul. La sensazione che provo, quando la sento, è di orgoglio e tristezza. Orgoglio perché nel passato siamo stati in grado di opporci e resistere, tristezza perché non lo sappiamo più fare. Ma non ho tempo di riflettere su questo senso di appartenenza a “Resistanbul”. La gioia e la malinconia soffocano nell’aria irrespirabile. In pochi secondi la notte è satura di gas lacrimogeno. Come me, la maggior parte della gente è rimasta sorpresa dal precipitare della situazione, pochi hanno fatto in tempo a tirare fuori le maschere dagli zaini: l’ultimatum di Recep Tayyip Erdoğan, il primo ministro, sarebbe dovuto scadere verso mezzanotte o l’indomani.
Nel parco, alle 19 di sabato 15 giugno c’erano ancora più donne del solito. Approfittando del pomeriggio festivo erano andate con i loro bambini a portare cibo, vestiti e medicine ai figli e alle figlie maggiori, ai fratelli e alle sorelle. A una nuova generazione di turchi, diventati in poche settimane cittadini. Ma migliaia di imberbi poliziotti in assetto antisommossa le hanno fermate e picchiate mentre una di loro urlava: «Fermatevi. Vi ho partoriti io!». (da: p. 5-6)
foto da: http://www.corriere.it/
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