Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede
Una Sardegna tutta da scoprire. Undici percorsi oltre l’isola delle cartoline e dei villaggi turistici all inclusive.
Ci sono buchi in Sardegna che sono case di fate, morti che sono colpa di donne vampiro, fumi sacri che curano i cattivi sogni e acque segrete dove la luna specchiandosi rivela il futuro e i suoi inganni. Ci sono statue di antichi guerrieri alti come nessun sardo è stato mai, truci culti di santi che i papi si sono scordati di canonizzare, porte di pietra che si aprono su mondi ormai scomparsi, e mari di grano lontani dal mare, costellati di menhir contro i quali le promesse spose si strusciano nel segreto della notte, vegliate da madri e nonne.
C’è una Sardegna come questa, o davanti ai camini si racconta che ci sia, che poi è la stessa cosa, perché in una terra dove il silenzio è ancora il dialetto più parlato, le parole sono luoghi più dei luoghi stessi, e generano mondi.
Qui esiste tutto ciò che viene raccontato, e quello che viene taciuto esiste perché un giorno qualcuno lo racconterà. Oltre l’isola delle cartoline e dei villaggi turistici all inclusive c’è un’isola delle storie che va visitata così: attraverso percorsi di parole che disegnino i profili dei luoghi, diano loro una forma al di là delle pietre lise, li rendano ricordo condiviso e infine aiutino a dimenticarli, perché non corrano il rischio di restare dentro e prenderne il posto. Se accadesse, niente di quello che chiamiamo Sardegna potrebbe più essere simile a come gli occhi lo vedono, e alcuni inganni in fondo non è un male che restino tali.
Questa storia è un viaggio in compagnia di dieci parole, dieci percorsi alla ricerca di altrettanti luoghi, più uno. Undici mete, perché i numeri tondi si addicono solo alle cose che possono essere capite definitivamente. Non è così la Sardegna, dove ogni spazio apparentemente conquistato nasconde un oltre che non si fa mai cogliere immediatamente, conservando la misteriosa verginità delle cose solo sfiorate.
(da: Premessa, p. V-IV)
Michela Murgia (Cabras, 1972) collabora con diverse importanti riviste e ha pubblicato nel 2006 Il mondo deve sapere, il diario tragicomico di un mese di lavoro che ha ispirato a Paolo Virzì il film Tutta la vita davanti.
(dalla quarta di copertina)
foto da: Michela Murgia, Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede, Torino, Einaudi, 2008, p. 16
La categoria dell’alterità è consapevolmente presente nei sardi come elemento proprio della loro identità, tanto che a parlarci risulta abbastanza comune che essi si descrivano principalmente come cosa diversa rispetto ai «continentali» e agli altri stranieri. Questa visione piuttosto egocentrica della propria stimata specialità non è diversa da quella di molti altri posti d’Italia, ma la cosa che conferma perentoriamente agli occhi dei sardi l’esistenza effettiva di una loro alterità è che di solito si tratta di una percezione ricambiata: chi si rapporta ai sardi come stereotipo etnico non sa effettivamente a chi accomunarli, perché non sembrano rientrare nelle categorie di lettura che identificano il tipo di italiano a seconda della latitudine in cui si nasce e vive. È certamente l’insularità a determinare questa percezione ambivalente, ma le ragioni vere sono, più che geografiche, soprattutto storiche e culturali.
La Sardegna ha un percorso storico in larga misura del tutto autonomo rispetto a quello che ha accomunato altre regioni del centro e sud Italia, ed è stata interessata da flussi di popolazioni e culture diverse, al punto che persino sul piano biologico è noto da tempo che i sardi presentino un quadro genetico peculiare rispetto alle altre popolazioni europee e circum-mediterranee, come i baschi e i lapponi. Ma dentro questa apparente uniformità, definita per contrapposizione a quello che viene da oltre il mare, c’è anche un’alterità interna che porta i sardi a vedersi diversi tra di loro, spesso in maniera radicale.
(da: Alterità, p. 7)
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