Diario russo, 2003-2005

Gruppo 2016
Autore Anna Politkovskaja
Editore Adelphi, Milano
Anno 2007
Data inserimento 01/07/2016

Diario russo è il testamento morale di Anna Politkovskaja, ma anche la spiegazione implicita del suo assassinio, avvenuto il 7 ottobre 2006 e rimasto impunito. Il libro ricostruisce infatti in dettaglio, su basi rigorosamente documentarie, anni cruciali della storia russa contemporanea. Rispetto alla Russia di Putin, questa volta la verità sul Paese non si rivela attraverso un affresco polifonico, storie convergenti che solo alla fine individuano il loro motore immobile nella figura di Putin. Qui la prospettiva è rovesciata: si parte dal centro stesso del potere, documentando giorno per giorno lo scaltro gioco politico che ha portato alla morte della democrazia parlamentare russa e al progressivo contrarsi della libertà di informazione. Una morte annunciata già nel 1999, ma divenuta palese con l’elezione pilotata della Quarta Duma nel dicembre 2003 e l’indebolimento del fronte democratico. L’esplosione nella metropolitana di Mosca, il crollo del Parco acquatico di Jasenevo, l’insabbiamento dell’inchiesta sull’eccidio al teatro Dubrovka, l’assassinio del presidente ceceno Achmet Kadyrov e l’eccezionale intervista a suo figlio Ramzan, le testimonianze sul sequestro di Beslan, le cosiddette «azioni terroristiche di Al-Qaeda nel Caucaso»: sono solo alcune tappe di un viaggio perturbante nella storia di ieri. E la formula del diario permette di ricostruire i passaggi intermedi di avvenimenti che hanno sconvolto la Russia e insieme le loro connessioni con la politica, spesso sfuggite ai media occidentali. Passione civile, pertinace ricerca della verità, coraggio davanti al pericolo, volontà di giustizia hanno fatto di Anna Politkovskaja non solo «la coscienza morale perduta della Russia» - come qualcuno ha scritto - ma, ancor meglio, la coscienza morale «salvata» della sua terra.

Anna Politkovskaja (1958-2006), inviato speciale del quotidiano moscovita «Novaja gazeta», dal 1999 è diventata uno dei giornalisti più noti in Russia e all’estero per le sue corrispondenze dal fronte di guerra del Caucaso. I suoi libri non sono mai usciti in Russia. Di lei Adelphi ha pubblicato, nel 2005, La Russia di Putin. Diario russo è apparso in lingua inglese nel marzo 2007, ma la presente traduzione è stata condotta sull’inedito e più ampio originale russo.

(dalla seconda e terza di copertina)

foto da: www.lifegate.it
foto da: http://www.lifegate.it

Mi dicono spesso che sono pessimista, che non credo nella forza della gente, che ce l’ho con Putin e non vedo altro.
Vedo tutto, io. E questo, il mio problema. Vedo le cose belle e vedo le brutte. Vedo che le persone vogliono cambiare la propria vita per il meglio ma che non sono in grado di farlo, e che per darsi un contegno continuano a mentire a se stesse per prime, concentrandosi sulle cose positive e facendo finta che le negative non esistano.
Per il mio sistema di valori, è la posizione del fungo che si nasconde sotto la foglia. Lo troveranno comunque, è praticamente certo, lo raccoglieranno e se lo mangeranno. Per questo, se si è nati uomini non bisogna fare i funghi.
Non riesco a rassegnarmi nemmeno alle previsioni demografiche - ufficiali, tra l’altro, del Comitato centrale di statistica - fino a tutto il 2016. Nel 2016 io potrei anche non esserci, come molti altri della mia generazione, ma ci saranno i nostri figli e i nostri nipoti. E davvero non ci vogliamo curare di come e dove vivranno? Se saranno o non saranno vivi?
Molti sembrano non darsene pensiero. Ma se questa politica e questa economia (che è sempre una derivazione della politica) dovessero perdurare, nei prossimi quindici anni i russi saranno 5 milioni e 300.000 in meno. E questa è la previsione «ottimistica»: nel 2016 saremo 134 milioni e 800.000.
C’è n’è anche una pessimistica. Non viene sbandierata, ma con qualche insistenza ce la si può procurare. È quella che mi interessa di più, perché costringe a pensare, a spremersi le meningi per cambiare la situazione affinché così non sia, senza restarsene accucciati sotto una foglia in stato vegetativo, in attesa del vento.
I «pessimisti» dicono che saremo 128 milioni e 700.000. Che moriranno milioni di poveri privi di assistenza sanitaria - ora a pagamento. Che i giovani moriranno soldati. Perché nel nostro esercito si muore. Con o senza guerra, chi non sta dalla parte giusta verrà fatto fuori o spedito a marcire (morire) in galera.
Questo se tutto resta com’è. Se non si combatterà la miseria in modo efficace. Se il livello della sanità pubblica e lo sprezzo dell’ecologia resteranno quelli che sono. Se la lotta all’alcolismo e alla droga non sarà un proposito di tutto il paese. Se non finirà la guerra nel Caucaso del Nord. Se non cambierà un sistema di assistenza sociale umiliante che consente di sopravvivere, non di vivere in modo decoroso, mangiando come si deve, andando in vacanza, facendo sport...
Per il momento non si vedono cambiamenti. Il potere rimane sordo a ogni «segnale d’allarme» che viene dall’esterno, dalla gente. Vive solo per se stesso. Con stampato in faccia il marchio dell’avidità e del fastidio che qualcuno possa ostacolare la sua voglia di arricchirsi. Lo scopo è far sì che nessuno glielo impedisca: la società civile va calpestata e la gente convinta giorno dopo giorno che opposizione e opinione pubblica si nutrono al piatto della CIA, dello spionaggio inglese, israeliano e finanche marziano, oltre che alla ragnatela globale di Al-Qaeda...
Oggi come oggi il potere è solo un modo per far soldi. E basta. Del resto non ci si cura.
Se qualcuno ha la forza di godersi la previsione « ottimistica», faccia pure. E certamente la via più semplice. Ma è anche una condanna a morte per i nostri nipoti.

(da: Ho o non ho paura?, p. 447-448)

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