Segui le donne. Da Beirut alla Palestina pedalando per la pace

Gruppo 2016
Autore Cecilia Gentile
Editore Ediciclo, Portogruaro (Ve)
Anno 2009
Data inserimento 01/07/2016

I cedri del Libano, i tramonti infuocati sul Mar Morto, le alture del Golan spazzate dal vento, le macchie gialle delle ginestre in fiore. E poi l’antichissima moschea di Damasco, i suk, gli spazi infiniti degli altopiani siriani. Ma anche i Territori Occupati della Palestina, il muro di separazione, i check point. 250 donne di 28 paesi del mondo pedalano dentro questo caleidoscopio di civiltà e contraddizioni. Una carovana di pace che vuole provare a unire invece che a dividere, cercando il contatto con le donne del territorio, donne velate, donne coraggiose, donne sofferenti, donne emancipate, per costruire con loro, in una solidarietà tutta femminile, un nuovo percorso di pace.

(dalla quarta di copertina)

foto da : http://www.assopacepalestina.org/

foto da : http://www.assopacepalestina.org/

Si chiama “Follow the Women. Women for Peace”. È una pedalata di sole donne da tutto il mondo che ogni anno, dal 2005, si svolge in Medio Oriente per vivere un’esperienza di pace in questa tormentatissima terra, ma soprattutto per testimoniare solidarietà al popolo palestinese e al suo legittimo diritto a essere Stato.
Cosa mi ha spinto a partecipare all’edizione 2008, due settimane dal 2 al 15 maggio? Dico la verità: non ero affatto convinta che pedalando avrei portato la pace. Cosa potevamo fare noi, microbi della Terra, di fronte all’assoluta mancanza di volontà della politica internazionale?
Sono andata perché da sempre queste terre, Libano, Siria, Giordania, Palestina, hanno esercitato su di me un grande richiamo, perché bruciavo dalla voglia di vedere con i miei occhi, di conoscere direttamente, senza la mediazione di un’informazione spesso parziale e approssimativa, la realtà di questi luoghi e la vita delle persone. C’era l’attrazione fortissima verso un mondo diverso dal mio, che percepivo affascinante con la sua storia e le sue tradizioni, ipnotico nei paesaggi, ma anche duro, difficile. E c’era il bisogno di dare forma, volti, quotidianità a una realtà sfuggente e dolorosa come la Palestina. Avrei incontrato donne con il velo per cercare di andare oltre il velo, avrei visitato campi profughi, città devastate dall’odio e dalla guerra. Avrei conosciuto la paura di essere fermata ai posti di blocco. Ma sarei anche stata pervasa dall’emozione di trovarmi dentro paesaggi di una struggente bellezza, solitari, assoluti. Avrei parlato a tu per tu con le persone, le avrei guardate negli occhi. E tutto questo volevo farlo in bicicletta, il mezzo a me più congeniale per esplorare con lentezza, per l’incontro diretto, per la condivisione. Poi, nel corso del viaggio, avrei capito che anche questo è costruire la pace.
Per il momento sono partita, con la mia buona dose di inquietudine e paura. Con me c’erano altre diciotto donne italiane, il grosso dal Triveneto, due dalla provincia senese, un’altra romana come me. La coordinatrice italiana era la padovana della Fiab, la Federazione italiana amici della bicicletta, Luisa Trigila, che ha seguito la manifestazione dalla sua prima edizione. In tutto eravamo duecento-cinquanta donne di ventotto paesi diversi: nel gruppo anche siriane, giordane, iraniane, turche, palestinesi. Molte pedalavano mettendo il caschetto sopra il velo. […]
Quindi, eccomi a scrivere mail a Detta Regan, la signora inglese che ha inventato Follow the Women, per essere rassicurata. Lei così tranquilla, così serena. Piena di entusiasmo, di energia, di determinazione. Doti indispensabili per mettere in movimento questa idea un po’ pazza che le venne qualche anno fa, dopo un viaggio in Israele prima e nei Territori Occupati della Palestina poi. […]
È stato il suo lavoro di youth worker, di operatrice culturale impegnata nel settore giovanile, a portare Detta a contatto con la realtà palestinese. «Attraverso il British Council» mi ha raccontato «ho ospitato molti ragazzi provenienti da Israele e dalla Palestina. Ho notato subito che i ragazzi israeliani avevano le idee molto chiare su cose organizzare la loro giornata, i palestinesi, invece, erano più tranquilli, rilassati, giocavano a football. Poi, su invito di alcuni di questi ragazzi, io stessa sono andata in Israele e in Palestina. Ed è stato allora che mi si sono aperti gli occhi. I soldati israeliani mi trattavano diversamente quando viaggiavo in Palestina su una macchina palestinese. Sono stata obbligata a percorrere strade diverse, perché alcune erano riservate agli israeliani e vietate ai palestinesi. Sono andata in una prigione vicino Nablus. Sono rimasta scioccata. Ho visto la Palestina per la prima volta. Ho amato subito i palestinesi. Quando sono tornata a Tel Aviv, i miei sentimenti erano cambiati. Non capivo perché i palestinesi non erano liberi di muoversi. Per la prima volta nella mia vita ho visto i checkpoint. Allora ho cominciato a pensare che dovevo fare qualcosa». [...] “Dobbiamo fare qualcosa” ci dicemmo tutte a cena. “Possiamo pedalare” dissi io. Donne di tutto il mondo in bicicletta in Palestina... La gente ci avrebbe guardato, i media ne avrebbero parlato. Eccola l’idea: portare le donne di tutto il mondo in Palestina a vedere come vivono i palestinesi. […]
Mentre racconta Detta piange, deve fermarsi per riprendersi. Per la prossima edizione già pensa di andare a Gaza […] “L’obiettivo” ripete Detta “è allargare la base dell’opinione pubblica, ridurre la distanza abissale che c’è tra i politici e la gente. Ecco, la gente comincia a chiedersi perché. Perché i checkpoint, perché l’acqua requisita ai palestinesi da parte degli israeliani. Sono le stesse domande che girano dappertutto. Durante la guerra a Gaza, la gente era molto reattiva, ognuno voleva fare qualcosa. Sì ripete Detta, “le donne possono fare la differenza”.

(da: Introduzione, p.7-12)

foto da: Cecilia Gentile, Segui le donne

foto da: Cecilia Gentile, Segui le donne. Da Beirut alla Palestina pedalando per la pace, Portogruaro (Ve), Ediciclo, 2009, p. 98

 

Mi fa uno strano effetto vedere ogni volta trecento donne in bicicletta che vengono da paesi e culture così diversi. Pedaliamo, parliamo, diventiamo amiche. Mentre pedalo, spesso penso: “Perché il processo in Medio Oriente non può essere così? Noi ci rispettiamo, affrontiamo i problemi e otteniamo risultati. La questione arabo-israeliana è davvero così complicata oppure è l’avidità degli uomini il problema?”.
Follow the Women è molto conosciuta nel mondo. È cresciuta molto più di quanto io potessi immaginare. È stata efficace nel diffondere la consapevolezza. Abbiamo costruito parchi giochi per i bambini nei Territori Occupati e presto lo faremo anche a Gaza.
È un’idea così semplice, venuta da una donna molto comune che è fortunata ad aver avuto una famiglia straordinaria, educata a credere che la nostra vita è nelle mani di Dio: affidatevi a Lui o a Lei.
Finisco con le ultime parole che mi rivolse mio padre prima di morire: “Detta, io desidero che tu lavori per la Pace, per la Palestina. Questa Pace arriverà grazie alle donne”.
Io farò del mio meglio, mamma e papa. Voi avete ragione: la pace verrà attraverso le donne, e nel mondo ci sono migliaia di donne che lo credono e lavorano ogni giorno per ottenere questo risultato. Inshallah.

(da: Postfazione di Detta Regan, p. 113-114)

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