Femminismo e Neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà
In epoca di “femminilizzazione del lavoro” e di piena razionalità neoliberale – economica e di governo – che ne è della soggettività femminile messa al lavoro produttivo ma deprivata del senso della propria esperienza in quanto inscritta in un tempo e in un lavoro frantumato, molteplice, disperso? Nel passaggio dal liberismo al neoliberismo è stato sostituito il piano oggettivo del mercato e dell’economia con il piano soggettivo, si è passati da un registro di scambi e di strutture alla dimensione soggettiva dell’“imprenditoria di sé”. Quale ruolo assumono le donne in questo quadro? Il femminismo rappresenta ancora un punto di critica radicale a questo “sistema”? Quale futuro attende la “libertà femminile” messa alla prova dalla governamentalità neoliberale? domande, articolate e complesse, cui i contributi del volume cercano di rispondere.
Tristana Dini collabora con la cattedra di Filosofia Morale dell’Università Federico II di Napoli. Dottoressa di ricerca in Metodologie della filosofia (Università di Messina) e Filosofia teoretica e politica (Istituto italiano di Scienze Umane Napoli) ha studiato a Napoli, Messina, Bochum, Berlino, Trento. Si occupa di filosofia classica tedesca e di filosofia politica contemporanea con particolare riferimento al concetto di biopolitica e alle teorie femministe.
Stefania Tarantino è assegnista di ricerca presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” e collabora con la cattedra di Storia della Filosofia dell’Università Federico II di Napoli. Ha conseguito due dottorati di ricerca in Filosofia, il primo all’Università di Ginevra (Svizzera) e il secondo presso l’Istituto Italiano di Scienze Umane (SUM). La sua ricerca è incentrata prevalentemente sulle filosofe del XX secolo e sulla problematizzazione della differenza sessuale
Illustrazione di Giulia D’Anna Lupo in: Femminismo e Neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, p. 150
Dall’indice: Eugenia Parise, Presentazione; Stefania Tarantino, Introduzione; 1. Tristana Dini, Per una politica della vita materiale. Il femminismo alla prova del neoliberalismo; 2. Laura Bazzicalupo, Neoliberalismo e soggettivazioni femminili; 3. Ida Dominijanni, Libertà precaria; 4. Maria Rosaria Garofalo, Sviluppo umano e parità di genere: l’approccio del social provisioning; 5. Marisa Forcina, Capitale, lavoro, cittadinanza. Le risposte del pensiero femminile alla triade della democrazia del Novecento; 6. Elettra Stimilli, Cura e debito: quale assoggettamento nell’epoca della ‘femminilizzazione’ del lavoro?; 7. Federica Giardini, Differenza e conflitto. Un aggiornamento; 8. Marianna Esposito, La libertà femminile nel passaggio dalla governamentalità biopolitica a neoliberale; 9. Giovanna Borrello, Il ben/ESSERE nell’esperienza lavorativa di oggi a partire da uno sguardo e disegno femminile; 10. Alessandra Chiricosta, Oltre il Postcolonial Feminism nel Sudest Asiatico. Una critica al neoliberalismo; 11. Monica Pasquino, Otium e negotium. Capitalismo finanziario, precarietà e disparità di genere; Tristana Dini, Postfazione.
Lontane da ogni dimensione vittimista e posizionandoci sulla strada aperta da Virginia Woolf, ciò che storicamente ha rappresentato l’esclusione per le donne - il non aver avuto cittadinanza, il non aver avuto accesso alle cariche politiche e professionali, l’essere sempre, in un certo senso, fuori posto - ha costituito un punto di partenza positivo per la costruzione di una politica altra rispetto a quella fondata sul nesso inclusione/esclusione, superiore/inferiore. Basandoci sui risultati del femminismo della differenza sessuale italiano, in particolare di quello della filosofa e femminista napoletana Angela Putino, ma non solo, la nostra analisi ha tenuto conto dei veri e propri spostamenti che si sono creati all’interno del dibattito filosofico-politico di questi ultimi trent’anni, soprattutto per ciò che riguarda la dimensione del biopotere e della biopolitica che hanno trasformato in maniera radicale il senso dell’economia e del lavoro (Putino, 2011). […] Nella libertà imprenditoriale il soggetto fa un uso preciso di alcune qualità che lo contrassegnano per realizzarsi pienamente, inoltre, i suoi attributi individuali servono a sostenere ed incrementare il mercato.
Quanti più attributi caratterizzano un individuo (amante della cucina giapponese, sportivo, navigatore di rete, ecc...) più questi diventa consumatore privilegiato di una fetta specifica di mercato. Per molte donne le “idee fisse” relative ai modi di relazione tra donne, vanno a confortare l’inclusione in questo mercato e ad agganciarsi alle tipologie di scambio dell’ordine neoliberale” (Adateoriafemminista, 2006). In questa dimensione economico-esistenziale, il rischio di una nuova forma di neutralizzazione della differenza femminile è più che evidente. In un mondo che ha sostituito il paradigma politico con quello dell’economia finanziaria schiacciando le soggettività e il vissuto, si assiste, come è stato detto senza mezzi termini, alla fine del sociale (Touraine, 2012). Questa fine è dovuta altresì alla precarietà che questo sistema comporta, una precarietà che non investe solo la sfera materiale ed economica, ma che si estende anche a quella della nostra stessa libertà, delle nostre relazioni e del nostro più intimo vissuto.
La precarizzazione del lavoro e delle vite, che Monica Pasquino affronta nel suo contributo, “è il tratto costitutivo del capitalismo finanziario globale, essendone sua causa e sua conseguenza. La forma di vita della precarietà disegna una realtà individuale e collettiva che obbliga uomini e donne a ri-pensare e a re-inventare continuamente professioni e competenze, e con esse gli immaginari da cui attingere la creatività necessaria a questo sforzo” (Pasquino, infra, 180). Il paradosso è che la disgregazione del sociale è arrivata in un momento in cui ci si aspettava, invece, soprattutto nelle donne della nostra generazione (quella nata negli anni ‘70 del secolo scorso), la piena affermazione e legittimazione della società civile e la concretizzazione della libertà femminile. Ma la precarietà rende difficile il pieno esercizio della libera scelta, dire quel “preferisco di no” di cui accenna alla fine del suo saggio Laura Bazzicalupo, perché impedisce quell’autonomia economica che consente di sottrarsi alla logica ricattatoria del dover fare qualunque cosa pur di garantirsi una sopravvivenza, una vita “degna”. Indubitabile e scontato, infatti, è il carattere della “costrizione” che la necessità porta con sé: è difficile, se non quasi impossibile, porsi fuori gara, stare fuori posto in un sistema che pare abbia fatto della dimensione economica l’unica strada in cui si realizza la nostra esistenza. Nel sistema neoliberale è messa a rischio così anche quella possibilità di confliggere che ha rappresentato una delle chiavi più potenti del femminismo perché la sua razionalità produce un effetto inclusivo che neutralizza il conflitto: perverte il contenuto rivoluzionario della libertà femminile e ne mette a frutto l’istanza affermativa a vantaggio del proprio discorso (Esposito, infra, 139).
Quella grande promessa di bene, di benessere, di cui parlano nei loro rispettivi saggi Marisa Forcina e Giovanna Borrello, che la democrazia del Novecento portava con sé, dove il capitale avrebbe promosso lavoro, il lavoro la cittadinanza e la cittadinanza uguaglianza democratica, non solo non si è data, ma è stata tradita da un rovesciamento nel raggiungimento di un malessere comune e nella crisi globale (Forcina, infra, 83). È anche vero che una delle cose che ho imparato da questo sapere del corpo che vivo in me stessa e che ho visto incarnato in molte delle donne che ho conosciuto, è che è proprio dalla necessità, dalle sue leggi ferree e implacabili, che si è data la possibilità di un modo altro di abitare e condividere il mondo, in cui non sono le leggi del profitto e della competizione a farla da padrona. Ma la radice della crisi economica che stiamo vivendo e che ha investito in pieno la mia generazione, punta a inaridire, se non addirittura a cancellare quel vincolo vitale, mai predeterminato o predeterminabile, delle relazioni umane (Tarantino, 2013). Ed è proprio in questo senso che Tristana Dini mette in luce come “oggi nella generazione femminile in cui l’imprenditoria di sé mette a lavoro le relazioni ma allo stesso tempo pone i soggetti nel regime competitivo del “mors tua vita mea”, la competizione costituisce il triste punto di partenza, il terreno “comune”. Competizione e frammentazione dominano questo orizzonte e sembra difficile trovare punti collettivi, punti d’unione, desideri comuni, relazioni vere” (Dini, infra, 30).
Nel riflettere sulla radice etimologica del termine “economia”, Ina Praetorius mostra come essa non significhi nient’altro che “legge dell’ambiente domestico”. Ora, questa legge denota una modalità essenzialmente diversa da quella di “mercato globale” per descrivere il tessuto relazionale delle faccende umane. Nel concetto “mercato” - aggiunge Praetorius - il tessuto relazionale appare come un sistema di scambio, nel quale individui uguali, uomini e adulti seguendo dei contratti, si mettono in relazione. Scopo e contenuto del loro rapporto è essenzialmente scambiare per denaro merci e servizi contrattando condizioni razionali. Facendo così essi cercano di ottenere un vantaggio per sé (Praetorius, 2008). Tutto ciò produce una nuova normatività del soggetto che affonda nella dimensione psichica producendo comportamenti nuovi, tanto che “l’istituzione della norma nel mercato globale è concomitante alla capacità d’iniziativa, all’autonomia nelle decisioni e nell’azione, alle pratiche di cura e di relazione finalizzate alla soddisfazione di desideri e non solo alla loro repressione” (Stimilli, infra, 112).
Sperimentiamo sulla nostra pelle il fatto che il potere nel sistema neoliberale fa presa e si nutre di libertà, investendo sulla valorizzazione individuale e narcisistica e facendo fruttare proprio il capitale umano, corporeo e sessuale. Ciò, come già aveva messo in luce Angela Putino, non solo lo rende tollerabile, sostenibile, ma addirittura lo rende estensibile a tutte le dimensioni della vita. La soggettività è messa al lavoro: essa è concepita come “impresa” di sé, il suo primo capitale, subito disponibile, è quello biologico-corporeo (Putino, 2007). È in questo senso che il neoliberalismo non è da intendersi semplicemente come una nuova forma economica, ma come una forma di razionalità politica (Bazzicalupo, infra, 38), intendendo con questo che in esso ne va di noi, della nostra soggettività sempre più plasmata economicamente e sempre più autorappresentantesi imprenditorialmente. Inutile dire quanto questo argomento tocchi il centro delle questioni aperte in quest’ultimo ventennio da un’idea di libertà che equivale a fare ciò che si vuole quando si vuole, svincolata da tutto.
(da: Introduzione di Stefania Tarantino: 2. Neutralizzazione e precarietà del conflitto, p. 13-16)
Illustrazione di Giulia D’Anna Lupo in Femminismo e Neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, p. 49
Nel 2008 dedicammo il terzo numero di Adateoriafemminista (www.adateoriafemminista.it) all’Essere sante oggi, cercando di mettere in luce le zone d’ombra e di dolore delle nuove soggettivazioni femminili, strette nella morsa neoliberale. Le competenze femminili, soprattutto riguardo alla riproduzione e alla cura del vivente, sono valorizzate dalla governamentalità neoliberale. Viene premiato un febbrile attivismo, un funzionare, una capacità di adattamento, una valorizzazione a tutto campo di sé, del proprio corpo, delle proprie esperienze e relazioni. In pratica viene assorbita la capacità femminile di tenere insieme gli elementi più disparati del quotidiano. Le donne si fanno “imprenditrici di sé” per offrire in ogni sfera della propria esistenza la migliore prestazione, seguono l’imperativo di essere “professioniste” flessibili, ma anche madri modello, procreatrici in salute, compagne desiderose e trasgressive, attente fin nel dettaglio ai propri corpi, a valorizzare la propria femminilità. Ma aderire ai nuovi stereotipi del femminile, più vari e complessi di quelli di cinquant’anni fa, è faticosissimo. Svaniscono i corpi, i desideri, la differenza, per lasciare posto a loro surrogati, ad identità di genere sempre più frammentate e caotiche, ma non per questo meno predeterminate. Liberate dalla schiavitù di un’immagine proiettata da qualcun altro (patriarcato), ci si trova prese in un meccanismo più sottile, si rischia di divenire oggi schiave di noi stesse, come in un paradossale divenire prigioniere della propria libertà. Ma di quale libertà si tratta? Come molti saggi di questo volume evidenziano (in particolare Dominijanni, infra), è proprio la libertà il terreno del contenzioso e dello scarto tra femminismo e neoliberalismo. Si è prigioniere della libertà neoliberale, una libertà che passa dentro i soggetti e i corpi per portarli al mercato, senza scarti, senza resti, almeno apparentemente. Di nuovo sembra mancare una stanza tutta per sé, o meglio un tempo tutto per sé, sembra di non averne più di tempo, ch’esso si consumi, nel vortice ininterrotto della consunzione di sé e delle relazioni. Ma la libertà femminile è altra cosa, è libertà politica, relazionale, sempre legata ai corpi, è “libertà materiale” (Putino).
Le “sante neoliberiste” di Giulia D’Anna (www.giuliadanna.com) mettono in figura le donne di oggi strette tra l’adesione a modelli differenziali di autovalorizzazione e il desiderio di sottrazione e resistenza alla prestazionalità a tutto campo. Prendono ansiolitici, sonniferi, anticoncezionali oppure si barcamenano tra bambini e smartphones, sono sempre in viaggio, precarie, imprenditrici di sé e dei propri corpi sessuati, ma anche imprenditrici del sistema camorristico - per un’altra, paradossale, vittoria dell’emancipazionismo paritario. Con ironia le sante di Giulia ci invitano ad ascoltare l’insofferenza sempre più diffusa tra le donne per il sentirsi risucchiate in una vita non propria. Partendo da qui è possibile ritrovare la capacità di fermarsi, prendere distanza, interrompere la corsa tra le identità, la libertà finta, i desideri consumabili. Occorre partire dalle zone inassimilabili, inaddomesticabili del sé, quelle che sfuggono alla presa della prestazionalità. Si parte da questo scarto, che si crea proprio a partire dalla posizione temibile delle donne nel neoliberismo, per riattivare desideri interrotti, rigiocare libertà femminile. Il potere che agisce sul vivente, che fa presa sulla sessualità, le sante lo schivano, opponendogli le loro vite, i loro desideri, i loro corpi. Le sante desiderano desiderare, desiderano un desiderio senza oggetto. Ad un potere che promuove ovunque salute e produttività le sante oggi non oppongono sacrificio, ascetismo, fuoriuscita dal mondo, ma lacerazione nel mondo, foratura, squarcio capace di aprire nuovi spazi di libertà, possibilità di relazioni politiche. Ad un potere che gioca con la vita e con la morte (biopolitica e necropolitica), che pretende di stabilire nuovi confini tra puro ed impuro, che pretende di utilizzare la differenza e la separazione per stabilire chi è degno di vivere (bene) e chi no, le sante contrappongono l’assunzione dell’impuro, per aprire al contagio di un desiderio, al contagio di una differenza come lacerazione assoluta, e non come separazione finalizzata alla costituzione di identità multiple, di comunità, dello spazio di una specie. Si tratta di assumere la differenza sessuale come differenza radicale, come differenza allo stato puro, che apre alla libertà relazionale e politica, che non porta ad un altro Uno universale, ma nemmeno si frammenta nelle soggettività molteplici e circoscritte prese nelle maglie del neoliberalismo. Piuttosto, le soggettività si lasciano attraversare da questo evento, sono “soggettività dell’impersonale” (Putino).
(da: Postfazione di Tristana Dini, p. 190-192)
Invito per Ragione e sentimento ma ‘o tempo nun ‘o tengo… al Giardino Liberato di Materdei, 16 novembre 2014
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Collegamenti
- Su femminismo e neoliberismo
- Che cosa è liberazione
- Cristina Morini - recensione
- Womenews.net - recensione
- Il femminismo ci ha tradite
- Libro: femminismo e neoliberalismo
- Come il femminismo divenne ancella del capitalismo
- Chi opprime chi
- Inchiestaonline - femminismo
- Post - femminismo e neoliberismo
- Iaphitalia-recensione
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