Áνευ μητρóς / Senza madre. L’anima perduta dell’Europa. Maria Zambrano e Simone Weil

Gruppo 2017
Autore Stefania Tarantino
Editore La scuola di Pitagora editrice, Napoli
Anno 2014
Data inserimento 16/05/2018

La ricerca di Stefania Tarantino porta alla luce le riflessioni di Maria Zambrano e di Simone Weil sull’origine della violenza europea, reinterpretando alcuni luoghi fondativi del pensiero occidentale. Vissute controcorrente nella bufera del Novecento, le due filosofe, seppur in maniera diversa, hanno mostrato i meccanismi che hanno modellato la struttura simbolica del dominio, della superbia della metafisica occidentale nei confronti della materialità del corpo materno. Tutto ciò ha determinato un oltrepassamento senza misura dei limiti imposti alla condizione umana, a favore di una aggettivazione intellettuale sempre più calcolante della natura umana e della realtà. La svalutazione del corpo-materia ha provocato la distruzione di quegli antichi saperi che, inizialmente, riguardavano la connessione originaria di corpo, anima e mondo. Madre, materia, misura, simbolizzano la generazione di ogni cosa nella sua misura, nella giusta separazione, la manifestazione ordinata ed equilibrata delle cose e degli esseri attraverso un principio generatore.
Solo quando si sarà liberata dall’ossessione di poter fare a meno di ciò che la rende vulnerabile, l’Europa riuscirà a rigenerare se stessa e ad attingere a una forza inedita.

Stefania Tarantino è filosofa e musicista. Svolge la sua attività di ricerca presso l’Università di Napooli “L’Orientale” e collabora con la cattedra di Storia della Filosofia dell’Università “Federico II” di Napoli. Il suo lavoro è incentrato soprattutto sulle filosofe del XX secolo e sulla problematizzazione della differenza sessuale all’interno della storia della filosofia e del pensiero politico contemporaneo.

(dalla quarta di copertina)

Maria Zambrano

Maria Zambrano
foto da: http://www.cervantes.es

L’ambito filosofico ed etico-politico dei pensiero della differenza sessuale interroga l’origine da cui si struttura l’ordine sociale e istituzionale della cultura occidentale. Perché è proprio da questa strutturazione che, nella polis greca, si consolida in maniera definitiva il dominio simbolico e materiale sulle donne, a ciò che, ancora oggi, sotto forme diverse, è definito come “ordine patriarcale” 1. Nel descrivere la differenza sessuale come una disuguaglianza posta dalla natura, obbediente a una finalità precisa, Aristotele sancisce che le donne, essendo più vicine all’animalità e alla materialità dell’esistenza, peccano di forma e di sostanza. Soltanto se inglobate e incluse all’interno di un ordine simbolico neutro - incarnato essenzialmente dal maschile (le donne, appunto, come “maschio mancato”) -, esse acquistano una loro dignità. L'impossibilità di una donna di esistere per se stessa è fin troppo chiara nella storia che ancora oggi conosciamo e viviamo. La subordinazione che ha aperto la strada al disprezzo, all’umiliazione e all’oppressione, ha forgiato un modo di pensare gerarchico basato sulle categorie di “superiore” e “inferiore”, di “attivo” e “passivo”. Questo libro esplora dunque il “luogo” su cui si fonda la subordinazione del femminile nella cultura occidentale. Tale “luogo”, inteso come fondamento oggettivo della differenza tra i sessi all’interno della storia della filosofia, è il corpo biologico delle donne. Ma si tratta di «una costruzione arbitraria del biologico» che ha consentito la «legittimazione di un rapporto di dominio inscritto in una natura biologica che altro non è per parte sua se non una costruzione sociale naturalizzata». L’intento di questo libro è però andare oltre questa visione del dominio, per far venir fuori tutta la forza racchiusa nel femminile, la sua capacità di rottura e di cambiamento. Fuori dalla logica del dominio e delle opposizioni gerarchiche, in queste pagine si continuerà a dire che la donna non è per nulla uguale all’uomo, ma in un senso che mette radicalmente in discussione la centralità di un significante che ha veicolato una visione dualistica e androcentrica fondata sul disprezzo per il dato materiale.

Restituire il corpo al pensiero, recuperare il senso della finitezza della condizione umana - senza perdere lo slancio verso ciò che disloca in un altrove -, è una delle sfide più complesse che Maria Zambrano e Simone Weil hanno posto al pensiero metafisico tradizionale. Individuano il luogo più critico della tradizione filosofica e del suo impianto concepito gerarchicamente, nel modo univoco di pensare l’essere vivente e l’intera realtà. La violenza e la superbia della metafisica occidentale nei confronti dell’oggetto, della materialità del corpo materno, ha provocato un oltrepassamento senza misura dei limiti imposti alla condizione umana, a favore di una aggettivazione intellettuale sempre più calcolante della natura umana e della realtà. La svalutazione continua e sistematica del corpo-materia ha provocato la distruzione di quegli antichi saperi che, inizialmente, riguardavano la connessione originaria di corpo, anima e mondo.

(da: Introduzione, p. 13-16)

Simone Weil

Simone Weil
foto da: http://ilcenacolointellettuale.blogspot.it

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