Il postumano. La vita oltre l'individuo, oltre la specie, oltre la morte
La nostra seconda vita negli universi digitali, il cibo geneticamente modificato, le protesi di nuova generazione, le tecnologie riproduttive sono gli aspetti ormai familiari di una condizione postumana. Tutto questo ha cancellato le frontiere tra ciò che è umano e ciò che non lo è, rivelando le fondamenta non naturalistiche dell’umanità contemporanea. Sul piano della teoria politica e filosofica, urge adeguare le categorie di comprensione delle identità individuali e dei fenomeni sociali a partire da questo salto. Sul piano dell’analisi, dopo aver constatato la fine dell’umanesimo, occorre vedere in questa trasformazione le insidie di una colonizzazione della vita nel suo complesso da parte dei mercati e della logica del profitto. Serve dunque aggiornare la teoria ai cambiamenti in atto, senza rimpianti per un’umanità ormai perduta e cogliendo le opportunità offerte dalle forme di neoumanesimo che scaturiscono dagli studi di genere, postcoloniali e dai movimenti ambientali.
(dalla quarta di copertina)
«Il divenire postumano è un processo di ridefinizione del senso di connessione con il mondo condiviso e l’ambiente: urbano, sociale, psichico, ecologico o planetario che sia. Esso esprime molteplici ecologie dell’appartenenza, mentre innesca la trasformazione delle coordinate sensoriali e percettive, riconoscendo la natura collettiva e l’apertura verso l’esterno di ciò che ancora chiamiamo soggetto. Tale soggetto è infatti un assemblaggio mobile in uno spazio di vita condiviso che egli non controlla né possiede, ma che semplicemente occupa, attraversa, sempre in comunità, in gruppo, in rete. Per la teoria postumana il soggetto è un’entità trasversale, pienamente immersa in e immanente a una rete di relazioni non umane (animali, vegetali, virali). Il soggetto incarnato zoe-centrato è preso in collegamenti relazionali di tipo virale e contagioso che lo interconnettono a una vasta gamma di altri, partendo dagli eco-altri fino a includere l’apparato tecnologico. [...]
Questa ontologia processuale centrata sulla vita conduce il soggetto postumano a confrontarsi lucidamente con i suoi limiti, senza cedere al panico o alla malinconia. Si afferma una spinta etica laica verso modalità di relazione che migliorano e conservano la propria capacità di rinnovare e ampliare i confini di cosa i soggetti nomadi e trasversali possono diventare. L’ideale etico è quello di attualizzare gli strumenti cognitivi, affettivi e sensoriali per coltivare un maggior grado di responsabilizzazione e di affermazione delle interconnessioni di ciascuno nella loro molteplicità. La selezione delle forze affermative che catalizzano il processo del divenire postumano è regolata da un’etica della gioia e della positività che opera tramite la trasformazione delle passioni negative in passioni positive.
Filosofia del fuori in senso stretto, di spazi aperti e di affermazioni incarnate, il pensiero postumano nomade anela a un salto di qualità fuori dal familiare, confida nelle possibilità, ancora inesplorate, aperte dalla nostra posizione storica nel mondo tecnologicamente mediato di oggi. È un modo per essere all’altezza dei nostri tempi, per accrescere la nostra libertà e la nostra comprensione delle complessità che viviamo, in questo mondo non più antropocentrico né antropomorfo, bensì geopolitico, eco-filosofico e fieramente zoe-centrato».
Rosi Braidotti, docente di Studi di genere presso l’università di Utrecht, femminista e filosofa, è autrice di numerosi saggi tra i quali, in italiano: Trasposizioni (luca Sossella, 2008), Madri, mostri macchine (manifestolibri, 2005), In metamorfosi (Feltrinelli, 2003).
(dalla seconda e terza di copertina)
foto da: Sarah M. Lowe, Frida Kahlo, Autoritratto in frammenti, Milano, Selene edizioni, 1999, p. 81
Questo libro prende le mosse dalla mia convinzione che le nuove generazioni di soggetti conoscenti affermano un tipo costruttivo di panumanità, impegnandosi a pieno per liberarci dal provincialismo della mente, dal settarismo delle ideologie, dalla disonestà e dalla paura. Questa aspirazione, inoltre, nutre la mia convinzione rispetto a cosa, oggi, un’università dovrebbe essere – un universum, al servizio del mondo attuale, non solo in quanto luogo epistemologico di produzione del sapere scientifico, ma anche in quanto luogo del desiderio di apprendere ai fini del miglioramento che proviene dalla conoscenza e che sostiene la nostra soggettività. Mi piace descrivere questo desiderio come radicale aspirazione alla libertà, che passa per la comprensione delle specifiche condizioni e delle relazioni di potere immanenti alle nostre collocazioni storiche. Queste condizioni includono il potere che ognuno di noi esercita nella sua quotidiana rete di relazioni sociali, sia al livello della micro che della macropolitica.
(da: Introduzione, p. 17 )
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