La virtù della resistenza. Resistere, prendersi cura, non cedere

Gruppo 2017
Autore Carol Gilligan
Editore Moretti e Vitali, Bergamo
Anno 2011
Data inserimento 16/05/2018

Carol Gilligan, psicologa e ricercatrice americana, è nota per il successo di Con voce di donna. Etica e formazione della personalità, pubblicato nel 1987. Un testo che si è posto all’inizio di una rivoluzione dando voce ed espressione alla differenza che segna il sentire delle donne. Dopo più di vent’anni Carol Gilligan prosegue e approfondisce la ricerca precedente e mette in luce la dura resistenza che le ragazze adolescenti oppongono a un’iniziazione socialmente fissata e culturalmente definita che le vorrebbe assimilate al modello corrente di femminilità. Passive, sottomesse, pronte a dimenticare se stesse per non essere tacciate di egoismo, insensibilità e non diventare socialmente escluse. Per scoprire la voce più autentica delle ragazze Gilligan usa come sempre l’intervista e l’ascolto. Un ascolto molto particolare che non si limita alle parole, ma prende in considerazione anche il corpo, le esitazioni, gli occhi abbassati, i silenzi significativi. L’inclinazione a render conto delle relazioni, la vulnerabilità, l’empatia, la cura del vivente sono i valori che le giovani donne esprimono non senza fatica perché si contrappongono agli ideali di virilità, competizione e ricerca del proprio interesse che segnano i canoni riconosciuti. Seguendo questa traccia, Gilligan apre a una rilettura dei miti greci, da Persefone e Medea fino a Amore e Psiche, dei personaggi letterari, da Lisistrata all’adultera della Lettera scarlatta. Né poteva mancare in questa ricerca il padre della psicoanalisi: infatti l’autrice dedica a lui un intero capitolo e sottopone Freud e la sua teoria a un esame critico accurato e fuori dai canoni. A conclusione delle sue indagini, Gilligan ha una visione positiva del futuro. Un’etica femminista della cura è parte integrante della lotta per liberare la democrazia dalla stretta del patriarcato, per preservare la crescita, il benessere, le qualità umane e raggiungere una migliore libertà e capacità di relazione.

Carol Cilligan è nata a New York nel 1936. Ha conseguito una laurea in Letteratura e una specializzazione in psicologia alla Harvard University. Attualmente ha la cattedra di Psicologia evolutiva alla Graduate School of Education dell’Università di Harvard. In Italia ha pubblicato: Con voce di donna. Etica e formazione della personalità, Feltrinelli, 1987; (con Lyn M. Brown) L'incontro e la svolta. La psicologia femminile e lo sviluppo delle adolescenti, Feltrinelli, 1995; La nascita del piacere, Einaudi, 2003. Questo volume è introdotto da Federica Giardini, docente di Filosofia politica all’Università di RomaTre.

(dalla seconda e terza di copertina)

foto da www.decorarconarte.com

Uno degli aspetti più tragici della civilizzazione è che le norme morali ci hanno allontanato da ciò che solo ora riconosciamo essere la cifra della nostra umanità... Indagando su tale questione sono giunta a considerare l’etica della cura, radicata nella voce e nelle relazioni, come un’etica della resistenza che ha la virtù di contrastare l’ingiustizia e la riduzione al silenzio. Si tratta di un’etica propria degli esseri umani, essenziale alla democrazia e al funzionamento della società globale. Più precisamente e in termini più controversi, si tratta di un’etica femminista che storicamente lotta per liberare la democrazia dal patriarcato. L’itinerario di Carol Gilligan ridisegna la nostra esperienza di giustizia, ponendola all’altezza del tempo presente e offrendo indicazioni che non si limitano a una cultura per donne. Come dire il vero e regolarci secondo giustizia, oggi che culture ed ethos diversi convivono quotidianamente; oggi che ogni appello a misure universalmente valide per tutti incorre nel rischio dell’imposizione di un modello unico; oggi che al disorientamento generalizzato si risponde o con un’immediatezza cieca, farsi giustizia da sé, oppure secondo il rinnovato feticcio di misure e procedure ultime, tutto può essere misurato e dunque comparato? […]
Tante pensatrici, dagli anni Settanta in poi, si sono dedicate alla generazione di un mondo più giusto, che contemplasse la libertà femminile. Quest’opera, come le migliori, ci ricorda l’ispirazione originaria che ha portato tante fuori dalle case: «Tutto il mondo dovrà cambiare, perché io possa esservi inclusa», diceva Clarice Lispector, riecheggiata da Carla Lonzi quando chiedeva, e nuovamente ci chiede: «Ci piace, dopo millenni, inserirci in un mondo progettato da altri?». Il percorso di Gilligan articola la portata di questo interrogativo secondo i suoi peculiari interessi e competenze, i processi psicologici che conducono alla costruzione del sé sociale e personale e i comportamenti e giudizi morali che la accompagnano. A contrasto con le tesi di Lawrence Kohlberg - che ascrivono alle donne una scarsa capacità morale, perché troppo influenzate dai legami affettivi e dunque inabili a giudicare in modo imparziale - l’autrice, anziché limitarsi a denunciare questa imputazione come effetto della segregazione domestica delle donne, mette in questione gli stessi criteri che producono quella diagnosi psicologica: essere giusti è effettivamente una questione di imparzialità e distacco? La differenza sarebbe dunque non tanto nelle donne prese a oggetto di studio, bensì nella postura assunta dalla stessa Gilligan: rifiutare di essere misurata, lei e le donne che intervista, e giudicata secondo criteri costruiti da altri, dalla cultura dominante e, insieme, generare un pensiero capace di rendere conto di una presunta anomalia o difetto femminile. […]
L’incapacità femminile a giudicare solo per sé, contrapponendo il proprio interesse a quello degli altri, è un’anomalia solo dentro un quadro culturale e di civiltà più ampio: quello che separa e contrappone il privato al pubblico, la morale alla politica, l’etica alla giustizia, in breve, l’io all’altro. Anziché un’anomalia o una devianza, per Gilligan la difficoltà a situarsi in alternativa agli “altri” diventa un indizio da portare a espressione, una parola che potrà dispiegarsi in un discorso vero e proprio a patto di preparargli una dimora simbolica, sociale e linguistica. Per parte di donne, molto lavoro è stato intrapreso in questi ultimi decenni per decostruire e ricostruire un’altra civiltà. Basti pensare al disvelamento del fondamento individualistico e proprietario della cittadinanza, che lascia le donne a pagare un tributo mai riconosciuto, come ci raccontano i lavori di Carole Pateman; o ai principi femministi del “personale è politico” e del “partire da sé”, o ancora alle tante letture che, a partire dalla figura liminare di Antigone, mettono in questione fin dalle radici la separazione della vita in una sfera privata e una pubblica. Sul piano più specifico del diritto, la difficoltà femminile ha aperto a una messa in questione dell’individuo e della proprietà quali cardini del discorso giuridico - che contrapporrebbe due individui titolari dei medesimi diritti e proprietà sui rispettivi corpi, nel caso della madre e del feto - per arrivare ad assumere la relazione quale principio, come nei lavori di Elizabeth Wolgast e di Tamar Pitch; e, quanto alla separazione dell’etica dal diritto, può valere per tutti il lavoro svolto da Luce Irigaray sul diritto naturale e il diritto civile, là dove fa della relazione sessuata la matrice delle relazioni d’amore e delle relazioni tra cittadini e cittadine. Sollecitazioni a pensare altrimenti, che ritroviamo anche in Rosi Braidotti, o Donna Haraway, quando l’etica esce dal domestico e dal privato, smette di riguardare i soli comportamenti individuali e si estende al pianeta intero e a tutte le vite che vi hanno luogo. E non va dimenticato il grande lavoro che è stato fatto per rendere conto di un senso di sé, mai veramente chiuso in un ego, debitore di una relazione per la sua stessa esistenza, per la sua stessa capacità di parlare.
[…]  il senso di sé per una donna diventa disponibile a patto di conformarsi a ciò che una società definisce “donna normale” oppure a condizione di mettere sotto silenzio tutto ciò che in tale norma non rientra, l’autrice è in sintonia con le tesi di Michel Foucault sull’”ordine del discorso”, su quei processi sociali e linguistici che selezionano e distinguono il dicibile dal non dicibile, ciò che ha valore da ciò che  diventa minoritario e subalterno, il normale dall’anormale; tesi riprese e rielaborate da Judith Butler riguardo alla sessualità. Tuttavia Gilligan, diversamente da Foucault e da Butler, non chiude il circuito nella coppia “soggettivazione/assoggettamento” – possiamo diventare soggetti nella misura in cui ci assoggettiamo. Nell’assumere che silenzi, esitazioni, contraddizioni abbiano una propria consistenza, siano altrettanti segnali e tracce di un’economia differente, l’autrice si avvicina al grande lavoro che è stato svolto attorno alla figura dell’isterica, come testimonia la sua stessa rilettura del percorso di Freud. Il sintomo, segno a cavallo tra corpo e parola, è già un atto significante, è già dotato di verità, necessita, però di un ordine del discorso che gli permetta di arrivare ad espressione o, più precisamente, di entrare nel circuito di relazioni, quegli scambi che costituiscono il vivere comune. Il continente nero di cui la psicoanalisi — in modo analogo ai saperi basati sull’individuazione e la contrapposizione tra il sé e gli altri - non riusciva a dare conto è la relazione costitutiva tra madre figlia. Una relazione che non può venire meno, pena la sofferenza psichica e fisica, e che non riesce a svilupparsi secondo le regole dell’identificazione maschile, il passaggio cioè dall’attaccamento fusionale alla madre alla separazione che avviene attraverso l’intervento del padre. A ben vedere - come scoprono molte autrici, da Luce Irigaray a Luisa Muraro - la separazione dalla madre per la bambina è insieme rinuncia alla dipendenza e all’identificazione sociale, che invece per il bambino rimane disponibile nella figura del padre. Più che una sovversione del sapere psicoanalitico, si apre allora una rilettura dei miti - da Demetra e Persefone a Medea, fino ad Amore e Psiche, […]
L’avanzamento che troviamo in questo nuovo libro è un passaggio di non poco conto: la difficoltà a contrapporre l’io agli altri non è prerogativa delle donne, va piuttosto accolta come l’aurora di una verità sull’essere umano. È sulla scorta di questo passaggio - una donna, la resistenza di una donna, è l’occasione per liberare l’umanità di tutti e di ciascuno - che Gilligan, insieme ad altre, apre al grande orizzonte dei tempi in cui viviamo, e al disordine politico che li caratterizza. L’inclinazione a rendere conto delle relazioni che ci permettono di vivere è il principio per ripensare alla democrazia fin nella sue fondamenta. Si discute molto oggi dell’interdipendenza degli esseri umani, della vulnerabilità che ci contraddistingue, della cura di sé e degli altri che andrebbe presa a modello per una società rinnovata, e non è un caso che i testi di riferimento siano a firma femminile. Nello svolgimento del pensiero di Gilligan possiamo gettare una luce nuova e diversa sui rapporti tra la resistenza all’ingiustizia e la sollecitudine che ci contraddistingue quando siamo in condizione di esprimere liberamente i nostri bisogni e affetti fondamentali. […]
Vulnerabilità, interdipendenza, cura delle relazioni non possono essere relegate in un ambito specifico, la casa, la famiglia, tutti i luoghi deputati al trattamento degli esseri in difficoltà, e non possono nemmeno essere di competenza di un gruppo sociale definito, che siano le donne o i migranti. Quando le nostre società si organizzano limitando e subordinando l’esercizio della sollecitudine ad altri principi, come quelli della competizione, della concorrenza o del controllo, vige ancora indisturbata l’ingiunzione a concepire se stessi e gli altri secondo interessi contrapposti. In altre parole, dove la cura è sussidiaria, seconda ad altri valori e criteri, là ha corso l’ingiustizia e là la nostra resistenza va ascoltata e portata a parola piena; dove la cura è principio umano, là ha luogo la democrazia che siamo chiamati, tutte e ciascuno, a generare.

(da: Il giusto e il vero. Introduzione di Federica Giardini, p. 11-19)

Demetra e Persefone

Demetra e Persefone
(foto da: il-matriarcato.blogspot.com)

Sommario: Il giusto e il vero. Introduzione all’edizione italiana di Federica Giardini; Introduzione; 1. Guardare al passato per guardare al futuro: rivisitare Con voce di donna; 2. Da dove veniamo e dove stiamo andando; 3. Libere associazioni e il Grande inquisitore; 4. Riconoscere la resistenza; 5. Resistere all’ingiustizia: un’etica femminista della cura; Ringraziamenti; Bibliografia.

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Carol Gilligan, La virtù della resistenza
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